Un tuffo nel buio

...A proposito di arte ...

 

Un tuffo nel buio

 

Gesto atletico o motivo carico di significati nascosti?

Ritorna la stagione estiva e si rinnova il “rito” della “transumanza” che vede intere famiglie dei paesi di montagna spostarsi verso le località costiere per godersi un meritato periodo di riposo dopo le fatiche di un anno di lavoro. Il richiamo del mare è molto forte per il refrigerio che produce ma c’è chi cerca i divertimenti che non trova nella vita di tutti i giorni nel paese in cui abitualmente vive e c’è anche la signora che ha fretta di prendere il “colore delle vacanze”, la “tintarella”, per suscitare l’invidia delle amiche che non hanno avuto ancora la sua stessa opportunità. Così le spiagge si affollano fino all’inverosimile mostrando un ammasso di corpi nudi esposti alla calura del sole, rincorrendo un improbabile senso di rilassamento che finisce poi per stancare più del lavoro. Se ne vedono di tutti i colori: il costumino all’ultima moda, gli arditi “tanga”, i cappelli variopinti, il nudo, e tante Pomone dai seni abbondanti. Ma qui è tutto permesso e le bizzarrie passano spesso inosservate. Molti chiacchierano incessantemente sotto l’ombrellone, altri ascoltano musica, alcuni passeggiano nel bagnasciuga e c’è chi s’immerge nell’acqua per una nuotata, per un tuffo da uno spuntone di roccia, dal molo o da una barca. La sera, poi, tutti in discoteca a concludere in bellezza la giornata o a fare una passeggiata sul lungomare, con un gelato in mano e con l’illusione di poter perdere qualche chilo di troppo accumulato nei mesi invernali.

La pescaia a Bougival

 

Serafino De Tivoli, 1864, Livorno, Collezione Alvaro Angiolini

Ma avviene anche il contrario; abitanti della pianura che si muovono verso la montagna. Qui il tempo trascorre più lentamente, quasi si trascina, specialmente per i giovani che non trovano molte distrazioni. Escursioni nei boschi, raccolta di funghi e chi vuole giocare nell’acqua trova anche qualche piscina pronta ad accoglierlo. Uno dei motivi portanti della stagione è, come vediamo, la ricerca dell’aria e dell’acqua fresca per calmare e spegnere il caldo soffocante. Il mare o la piscina, senza differenza, possono essere i luoghi adatti a questa aspirazione dei “vacanzieri” e non solo. Anche la letteratura artistica si è sbizzarrita nei secoli sul tema del bagno, un pretesto per affrontare lo studio del nudo muliebre che a partire dalla preistoria, con le formose Veneri, l’artista ha tentato di rappresentare. E chi non ricorda le Dieci giovani donne raffigurate nel pavimento della Villa del Casale di Piazza Armerina (Enna) che indossano un costume a due pezzi che anticipa di molti secoli il nostro bikini? Il mosaico è del IV secolo e vede le fanciulle giocare a palla o suonare strumenti musicali prima o dopo il bagno. L’iconografia è passata poi alla raffigurazione delle figure di Venere e Diana al bagno, le donne “carnose” di Rubens, per arrivare alle Bagnanti di Ingres,

Il Tuffatore

 

530-520 a.C., Tarquinia, Tomba della Caccia e della Pescaia a Bougival

323 a.C. Al Medioevo, che per ovvii motivi sfuggiva la rappresentazione di questo soggetto, si contrappone il Rinascimento che lo ripropone rinnovandolo. In particolare ricordiamo Michelangelo che sulla scia di Jacopo della Quercia, Donatello, Masaccio, Luca Signorelli, crea l’uomo drammaticamente eroico su cui costruisce la sua particolare visione del mondo. Basta visitare la Cappella Sistina in Vaticano dove negli affreschi della volta e nel Giudizio Universale, il grande artista fiorentino fornisce un saggio delle sue straordinarie capacità che lo pongono come pietra miliare nel panorama artistico di tutti i tempi. I secoli successivi vedono una continuazione del tema fino al Neoclassicismo che, riscoprendo il mondo classico, cerca di avvicinarvisi con risultati talvolta di fredda imitazione alternati a opere di grande respiro poetico.

Si può però trovare qualche rara raffigurazione di nudo maschile di bagnante in Età Moderna (Une baignade à Asniéres,

 

Renoir, Cezanne. Il nudo maschile, invece, non ha riscosso molto credito dopo i secoli d’oro della civiltà Greca del V-IV secolo a.C., la cosiddetta età classica. Le opere prodotte in quel periodo sono quanto di meglio si possa vedere sul tema. Ad una iniziale forma rigida, frontale, del periodo arcaico si era passati ad una maggiore elasticità e naturalezza delle forme umane con gli studi sulle proporzioni, primo fra tutti, il Canone Policleteo che stabiliva le relazioni tra ogni elemento del corpo maschile e il tutto. L’armonia dell’insieme antropomorfo era così assicurata: si rompe la frontalità, cambia la posizione delle braccia non più aderenti al corpo ma disposte secondo uno schema a X, il Chiasma, fino a conseguire un inserimento articolato della forma nello spazio che viene conquistato di forza. Il movimento fisico e psicologico caratterizza le opere a partire dal IV secolo a.C. una prerogativa di tutta l’arte Ellenistica che vede spostare il centro della cultura dalle città greche, in particolare Atene, ai centri dell’Asia Minore, come Pergamo, cambiamento dettato dalle note vicende storiche venutasi a sviluppare successivamente alla morte di Alessandro Magno avvenuta nel

Il Tuffatore

 

480 a.C., Paestum, Museo Archeologico Nazionale

George Seurat, 1883-1884, Londra, National Gallery; Il Bagnante, Paul Cezanne, 1885-1887, New York, Museum of Modern Art).

Ma ritornando all’abbinamento uomo-acqua, vorrei soffermarmi su un soggetto che non riscontra, nella storia dell’arte, un grande favore: quello del tuffatore. Bisogna ritornare indietro nei secoli per trovare opere su questo tema iconografico quasi sempre ignorato. In particolare ne conosciamo due straordinari esempi. Il primo si trova dipinto a Tarquinia nella Tomba etrusca detta della Caccia e della Pesca e risale al 530-520 a.C. Qui insieme ad altre scene in cui uomini cacciano volatili e pescano da una barca, si nota una figura, a mezz’aria tra uccelli acquatici, nell’atto di lanciarsi a capofitto da uno scoglio verso lo specchio d’acqua sottostante. La sinteticità della concezione e della realizzazione delle forme è totale e conferisce alla figura e all’insieme una eccezionale freschezza. Il movimento è spontaneo e naturale ed è ottenuto con poche campiture di colore, un modo di dipingere che potremmo definire compendiario, se no ci fosse il tratto marcato di contorno, in cui manca ogni ricerca del dettaglio, tutto teso alla genuina espressione dell’azione del Tuffatore.

Il secondo esempio, più conosciuto, è quello che si trova dipinto nella lastra di copertura di una tomba ritrovata durante una campagna di scavi di una necropoli condotta dal professor Mario Napoli nel 1968 a Paestum. E’ del 480 a.C. ca., proviene dalla famosa Tomba del Tuffatore e si trova conservato nel Museo Archeologico Nazionale della città campana. In questo, che costituisce una delle poche opere pittoriche murali greche a noi pervenute, “l’atleta”, per prendere lo slancio, non si serve di un rilievo naturale come a Tarquinia ma si tuffa da una solida struttura in muratura che nulla ha da invidiare alle piattaforme delle nostre piscine. L’eleganza della figura, nel suo movimento, è diventata proverbiale ed è accentuata dal leggero arco del corpo che campeggia nell’immenso spazio che la ospita.

Ma l’azione del Tuffatore deve essere considerata un semplice gesto atletico o un motivo che nasconde particolari significati simbolici? Non è difficile attribuirgli valori che vanno oltre il fatto puramente sportivo. Lo specchio d’acqua nel quale si tuffa può essere visto come il mondo dei morti; un mondo misterioso, sconosciuto, e il tuffo è il passaggio dalla vita terrena alla vita dell’aldilà. E il pensiero della morte che impronta specialmente la cultura etrusca è un modo di esorcizzarla per tenerla lontana; è l’idea di quella morte che fa paura ma che arriva, prima o dopo, inesorabilmente.

 

"Le Antiche Dogane": nr. 49 - Luglio 2003

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