Ordinary World

...A proposito di arte ...

 

ORDINARY WORLD

 

Andy Warhol, Pietro Psaier and the Factory artworks

Keith Haring, Paolo Buggiani and the Subway drawings

 

E’ il lungo e articolato titolo di una interessante mostra itinerante che ha portato la pop-art nel Monte Amiata, continuando le felici iniziative espositive che da cinque anni vengono sviluppate nel territorio grossetano che hanno visto, nel recente passato, le opere di grandi artisti quali Dietrich Klinge, Niki de Saint Phalle, Joan Mirò, Salvador Dalì, dando spazio, ora, a due personaggi singolari che hanno rivoluzionato il linguaggio della cultura figurativa contemporanea spingendolo in avanti fino al punto di non ritorno rispetto al passato: Andy Warhol e Keith Haring. A questi vengono affiancati due artisti italiani che si sono inseriti nell’ambiente americano immergendosi totalmente in quel mondo ricco e libero che ha permesso loro di affrancarsi da certe regole e limiti che il mondo di provenienza e la cultura figurativa di formazione imponevano: Pietro Psaier vissuto artisticamente nell’ambito del primo e Paolo Buggiani che ha fatto proprie, sviluppandole e traducendole in termini propri, le esperienze del secondo. Ed è anche a questo movimento, uno dei più importanti della “linea oggettuale”, che l’arte di oggi è profondamente legata e debitrice.

La pop-art, abbreviazione dell’inglese popular-art, in italiano arte popolare, chiamata newdada negli Stati Uniti, è una corrente artistica che si sviluppa, appunto, in America a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso espandendosi poi in tutto il mondo. E’ l’espressione dei valori della vita di tutti i giorni, della società moderna sommersa dalle immagini che si impongono con forza all’attenzione del comune cittadino che viene aggredito dai manifesti pubblicitari che lo provocano dai muri delle città, dalla televisione, dai giornali, dalle insegne luminose al neon dei locali pubblici, con il loro linguaggio nuovo e accattivante sconvolgendo il modo tradizionale di comunicare e la mentalità dell’uomo. E’ l’arte della società industriale, ricca, opulenta, che riconosce nel consumismo l’unico sistema del vivere; è il messaggio delle metropoli movimentate da una vita frenetica, libera, in cui l’uomo decide, apparentemente, in piena autonomia della propria esistenza ma che dimostra chiaramente la forte dipendenza soprattutto dal linguaggio visivo ma anche da quello sonoro dei quali è, in buona parte, prigioniero. E l’oggetto d’uso comune, commerciale, di cui l’arte si serve, assume il ruolo di unico protagonista dell’immagine pittorica e plastica. Così il barattolo di minestra o la bottiglia di Coca Cola (Warhol), la macchina da scrivere, un mozzicone di sigaretta o la molletta da bucato (Oldemburg), il manifesto di un film (Rotella), un panino imbottito e un pacchetto di sigarette (Wesselmann), il particolare di una vignetta di un giornale a fumetti (Lichtenstein), un attrezzo da lavoro (Dine), un letto disfatto (Rauschenberg), un fermaglio blocca fogli (Rosenquist), le parti di carrozzeria di automobile compresse (César), la figura plastica di un uomo che cammina (Segal), la riproduzione di una scultura rappresentante Venere posta in mezzo ad un cumulo di stracci (Pistoletto), la bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti d’America (Johns), fino all’oggetto estremo: un uovo sodo dentro una cassetta o la merda d’artista in barattolo (Manzoni), tutti elementi tolti al loro spazio naturale in cui sono normalmente collocati e alla funzione per cui sono stati realizzati, isolati dal contesto che gli è proprio, quindi, dipinti, scolpiti, o reali e assemblati, vengono posti sull’altare dell’arte diventando fonte di creatività e risultato estetico, cioè, vengono elevati al rango di opere d’arte: “Quello che costituisce il carattere dominante dell’arte pop è il fatto d’avere, per la prima volta, in maniera così decisiva, “riscattato” l’oggetto di consumo…Tale riscatto dell’oggetto, tuttavia, non va confuso né con la glorificazione surrealista dello stesso (oggetto deformato, naturalizzato, personalizzato), né con quella cubista (oggetto smembrato, deformato, ribaltato), ma deve essere inteso come una demistificazione e, spesso, un’ironizzazione della civiltà consumistica.” (Gillo Dorfles, Ultime tendenze nell’arte d’oggi).

Il precedente diretto risale al dadaismo la corrente artistica nata a Zurigo nel 1916 ad opera di Tristan Tzara nel circolo culturale Cabaret Voltaire ma senza quell’aspetto negativo caratterizzato dalla sfiducia totale nell’uomo capace di fomentare conflitti e guerre che propone l’azzeramento totale per la ricostruzione morale della società, che fa dire agli artisti del movimento che: “la vera arte sarà l’antiarte”. Dada, addirittura, negava all’arte la “forma”: “…F. Picabia (1879-1953) lancia l’idea di un’arte «amorfa», che non solo non rappresenta ma non è nulla, soltanto un gesto.” (G. C. Argan, L’arte italiana 1770 / 1970). Ma può l’arte fare a meno della forma, del significante che invera il significato e, quindi il messaggio stesso? “Un movimento artistico che neghi l’arte è un controsenso: Dada è questo controsenso”. (G. C. Argan, L’arte italiana 1770 / 1970). Voleva distogliere l’attenzione dall’oggetto per spostarla sul soggetto, sull’operatore a cui è affidato il compito di convincere il fruitore facendogli accettare come arte ogni sua bizzarria. E’ la spregiudicata operazione che compie Marcel Duchamp quando espone un orinatoio firmandolo con un nome qualsiasi di fantasia: Mutt, o una ruota di bicicletta (ready made o pars costruens) attribuendo a questi oggetti un valore a cui normalmente non se ne dà alcuno, o mette i baffi alla Gioconda “sfregiando” la celebre opera pittorica di Leonardo da Vinci, togliendo all’opera il valore che da sempre le si attribuisce (pars destruens). Ma questa è, poi, una vera operazione o soltanto il mutamento di giudizio sull’oggetto, che guida l’osservatore? E’ chiaro comunque che viene a mancare definitivamente ogni legame tra l’artista e il pubblico: “… si tratta di un’avanguardia negativa perché non vuole instaurare un nuovo rapporto ma dimostrare l’impossibilità di qualsiasi rapporto tra l’arte e la società.” (G. C. Argan, L’arte italiana 1770 / 1970). Newdada, invece, rivaluta l’oggetto e costringe l’osservatore ad avere per esso la massima attenzione affrancandolo dal suo carattere originario. I due movimenti hanno senz’altro in comune la tendenza all’uso di materiali ritrovati e assemblati che costituiscono il significante che veicola queste nuove poetiche della cultura figurativa del Novecento: “Da molti si accostò il fenomeno del pop a quello del primo Dada, per il fatto soprattutto che entrambi i movimenti si valevano di “recuperi” d’oggetti triviali e an-estetici. Ma l’affinità tra le due correnti è solo apparente;…” (Gillo Dorfles, Ultime tendenze nell’arte d’oggi).

E’ stato chiesto: «che cos’è la pop-art?». Così rispose Roy Lichtestein: “ «servirsi dell’arte commerciale, credo». E’ questa la chiave per capirlo. Egli coglie uno dei lati più appariscenti dell’immagine contemporanea,…” (G. C. Argan, L’arte italiana 1770 / 1970).

E i volti di Marilyn Monroe, Che Guevara, Mao Tse-tung, e le figure di Elvis Presley, Jaqueline Kennedy, la bottiglia della Coca Cola, i pack Brillo e il barattolo della minestra Campbell, motivi ripetibili all’infinito, diversi fra loro soltanto nei colori, sono presentati come “simboli” di quel momento storico; la pubblicità dei supermercati, le immagini della stampa quotidiana e i fatti di cronaca, ampliati e colorati, diventano il veicolo della comunicazione a cui l’uomo della seconda metà del Novecento non può assolutamente rinunciare pena l’estraneamento dalla società in cui vive, l’isolamento. E a questa tipologia umana si rivolge Andy Warhol (Filadelfia, 1930 – New York, 1987) che registra tutto attentamente e trasmette, al consumatore tipo, la notizia sensazionale rendendolo testimone privilegiato di eventi della vita contemporanea che egli può accettare o rifiutare istintivamente senza però esprimere giudizi di merito: “Così è nella società di massa, così vuole il sistema del consumo illimitato: infatti il giudizio stabilisce il valore, il valore ferma il consumo. Che la notizia ci rallegri o ci irriti, o rallegri me e irriti il mio vicino nell’autobus, non ha alcuna importanza: sono reazioni individuali e momentanee, già previste.” (G. C. Argan, L’arte moderna 1770/1970). E come i temi così anche la tecnica usata dall’artista americano è, principalmente, quella suggerita dal mondo artistico contemporaneo: la serigrafia di cui si serve il nuovo linguaggio iconico e la comunicazione industriale. I colori sono forti e fluorescenti e stesi in ampie campiture in maniera uniforme, accostando soprattutto i complementari per ottenere contrasti decisi in cui una tinta rende più brillante quella vicina esaltandosi, così, a vicenda.

Con Warhol collabora una figura d’artista a dir poco contraddittoria: Pietro Psaier. Di lui non si conosce molto, si arriva addirittura a dubitare della sua stessa esistenza. Nato, forse, nei pressi di Roma nel 1936 peregrinò per il mondo toccando la Spagna e altri Paesi fino a sbarcare a New York nel 1961, svolgendo vari mestieri e approdando poi nel Factory artworks, lo studio di Andy Warhol, secondo qualcuno, aiutando il maestro della pop-art e assorbendo totalmente la sua pittura e il modo di produrla, altri si dichiarano sicuri di non averlo mai incontrato negli ambienti artistici americani. Si dice che sia morto nello Srï Lanka durante lo tsunami del 26 dicembre 2004, ma il suo corpo non è stato mai trovato motivo che ha alimentato ulteriormente il senso di mistero che gira intorno a questa controversa figura di uomo e di artista. Di certo, come traccia della sua presenza, c’è la testimonianza di numerose opere a lui attribuite oggi in mano a galleristi e commercianti d’arte.

E se Andy Warhol si muove attorno ai segni-simbolo della nostra epoca, Keith Haring ha, come punti di partenza, il disegno infantile e il fumetto (il padre era disegnatore di fumetti e di cartoni animati) iniziando la sua spregiudicata attività come writer, o graffitista come viene definito in Italia, un artista che “imbrattava” i muri della metropolitana con le bombolette spray a colori vivacissimi, cosa che lo portò, qualche volta, nella scomoda situazione di essere arrestato. Per lui l’arte è di tutti, deve essere prodotta per la massa e non per l’elite e l’artista deve farsi carico delle esigenze e delle richieste che pervengono da questa parte della società. Le sue opere non hanno titolo e sono eseguite di getto senza un progetto preventivo ma nascono con “l’aggressione” diretta, da parte dell’artista, delle grandi superfici delle facciate e dei muri scrostati delle metropoli che egli riesce magistralmente a dominare per lanciare il suo messaggio di dolore. L’apparente innocenza della semplicità delle strutture e delle forme di Haring non ci deve, infatti, trarre in inganno. Il mondo che lui presenta è quello dei diseredati, degli emarginati da una società che non ha il tempo, e forse neanche la volontà, di voltarsi per offrire il suo sguardo a chi vive nell’angoscia e nella disperazione. E’ anche la risposta chiara e critica ma non violenta a questa società: “Haring popola i suoi coloratissimi graffiti di ambigui personaggi infantilmente stilizzati, sorta di elementari omuncoli che egli definisce radiant boys (ragazzi sfolgoranti), in quanto sempre circondati da una fumettistica aureola di raggi luminosi. La metafora, però, non è mai scherzosa, In quegli esseri metamorfici, infatti, coesistono sia la primitiva immediatezza dei graffiti preistorici, sia le compresse paranoie dell’uomo contemporaneo, le stesse che Munch seppe esprimere per primo nel suo disperato Grido.” (G. Cricco – F. P. Di Teodoro, Itinerario nell’arte).

La sua sola grande opera firmata e titolata è il murale dipinto in una parete esterna della Chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa eseguita nel 1989, dal titolo “Tuttomondo”, l’ultimo immenso graffito (180 metri quadrati) realizzato in ordine di tempo un anno prima di morire. E’ l’inno alla vita di una personalità di artista che la vita sta per abbandonare, il cui modello di umanità, apparentemente sereno, esprime appieno i disagi e le contraddizioni della sua generazione.

Così la street-art (arte di strada) ha trovato il suo narratore, il suo poeta, un giovane generoso pronto ad aiutare chiunque, che ha scelto la vita che voleva, drammaticamente vissuta, iniziata nel 1958 a Reading in Pensilvania e culminata a New York nel 1990 con la morte per AIDS.

E a lui viene associata la figura di Paolo Buggiani, un artista toscano di Castelfiorentino arrivato a New York nel 1962 rimasto subito affascinato dalla “Grande Mela”, un ambiente in cui chi aveva qualcosa da dire poteva farlo liberamente per esprimere impressioni, progetti e aspettative nella certezza che questi si sarebbero poi realizzati. La sua adesione all’arte di strada è naturale come naturalmente si crea l’amicizia con Keith Haring che lo incoraggia e lo rende partecipe delle ricerche artistiche da lui intraprese. Così nascono le sue opere americane che celebrano la metropoli con i sui grattacieli che sovrastano le strade nelle quali si svolge una vita in cui l’uomo fa del movimento fisico, e non solo, uno dei caratteri del suo vivere in una società che ha, in questo aspetto, uno dei suoi punti di forza. Le figure sono caratterizzate da un’aura che le contorna con la sua luce, il suo colore e la dinamicità ottenuta con segni che sviluppano un significato simile ai grafemi delle vignette dei fumetti e ne costituiscono l’evoluzione. I ghirigori colorati che opera sulle forme fotografiche preludono, poi, alle performances successive che l’artista realizza utilizzando la fiamma e quindi il fuoco che circuisce l’immagine e le conferisce movimento mentre la consuma. Il carattere effimero di questa è anche la prerogativa di altri movimenti artistici quali la body-art, la land-art e altre correnti contemporanee: l’opera d’arte non è fatta per durare ma può essere distrutta subito dopo aver comunicato il suo messaggio espressione dello spirito della società che l’ha prodotta.

L’Amiata, grazie anche a questo progetto che vede coinvolti la Rete Museale della Provincia di Grosseto, la Regione Toscana, la Provincia di Grosseto, i Comuni di Arcidosso, Casteldelpiano, Castell’Azzara, Follonica, Monte Argentario, Orbetello e la partecipazione del Monte dei Paschi di Siena, curato da Maurizio Vanni, continua così a partecipare attivamente, e a pieno merito, a iniziative che vengono ad arricchire ulteriormente di eventi importanti il già nutrito programma annuale incidendo positivamente sulla cultura locale.

Le sedi del territorio interessate che succedono a Follonica, Orbetello e Monte Argentario, prime tappe del percorso espositivo, dal 5 settembre al 4 novembre 2012, sono il Castello Aldobrandesco di Arcidosso, il Palazzo Nerucci di Casteldelpiano, la Villa Sforzesca di Castell’Azzara con il coordinamento della direzione del Sistema Museale Amiata.

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