Joie de vivre

...A proposito di arte ...

 

Joie de vivre

Niki de Saint Phalle nel panorama artistico del secondo Novecento

 

costituito dalla facciata di un edificio e riattaccati sulla tela con un gesto di protesta che costringe l’osservatore a rivalorizzare e a considerare non effimera la loro presenza nella realtà che normalmente li ospita e a renderli “duraturi” nel tempo.

E’ vivo il ricordo del Dadaismo il movimento artistico d’avanguardia nato nel “Cabaret Voltaire” a Zurigo nel 1915 fondato dal regista teatrale Hugo Ball, con Tristan Tzara, autori dei primi manifesti “dada” (Ball,1916), (Tzara,1918-1924), che rifiutava il concetto di arte intesa in senso tradizionale fino ad affermare che la vera arte è “l’anti-arte” ma più vicino alla Pop-art (Popular-art) e al Newdada che ebbero origine in America tra gli anni ‘50 e ’60 del secolo scorso, nei quali è quasi impossibile trovarvi differenze sostanziali, che affermavano che l’oggetto industriale non era privo di una propria bellezza che il gesto dell’artista riusciva ad evidenziare isolandolo dal suo “abitat” per riproporlo, in una veste nuova, alla nostra attenzione.

Andy Warhol, Roy Lichetstein, Tom Wesselmann, Jim Dine, Claes Oldemburg, Robert Rauschenberg, Jaspers Johns sono i nomi che hanno posto sull’”altare” dell’arte il volto di Marilyn Monroe e la bottiglia della Coca Cola, le vignette dei fumetti, un particolare di un interno domestico, un cavalletto con attrezzi da lavoro, una molletta da bucato o un mozzicone di sigaretta nel portacenere, un letto disfatto, la bandiera statunitense: “Come un breve appendice alla pop art può essere considerato altresì quel movimento sorto in Francia attorno allo stesso periodo e di cui fu assertore e profeta Pierre Restany: il Nouveau Réalisme, detto anche “novorealismo.” Si tratta di un gruppo di artisti che, secondo modi diversi ma non opposti a quelli statunitensi, riaffermarono l’importanza di una figuralità spesso basata sul riporto fotografico…e sull’utilizzazione di elementi oggettuali simili a quelli del pop americano. (Gillo Dorfles, Ultime tendenze nell’arte d’oggi).

L’atteggiamento provocatorio e dissacratorio insito nella poetica Dadaista nei confronti della realtà, viene da questi movimenti ribaltato. Gli artisti si appropriano dell’oggetto e lo rivalorizzano dando vita ad una nuova ricerca estetica: “…ciò che si rifiuta è la tecnica organizzata, progettuale, cioè la tecnica con cui la società industriale organizza la propria attività; e ciò che le si contrappone è una tecnica non-progettuale, che consiste nel prendere e utilizzare cose o immagini che fanno parte del contesto sociale, dell’ambiente. E’ la tecnica che Levi-Strauss, in sede di antropologia culturale, chiama del bricolage: quella del primitivo che vive di raccolta…” (G. C. Argan, L’Arte Moderna 1770/1970).

Ed è su questa base di cultura figurativa che si forma la Saint Phalle conosciuta in Toscana soprattutto per aver creato “Il giardino dei Tarocchi” a Garavicchio nel territorio di Capalbio (iniziato nel 1979) che con l’altro interessante luogo di fruizione artistica ideato da Spoerri a Seggiano, in località Giardino, “Il Giardino di Daniel Spoerri”, costruito negli anni ‘90 sulla falsariga del cinquecentesco “Parco dei Mostri” di Bomarzo progettato da Pirro Ligorio, costituisce un esempio nuovo e particolare di un insieme organico composto da manufatti artistici inseriti nella natura che li ospita, in una “convivenza” che si potrebbe definire “armonica” nella struttura espositiva creata da Spoerri, apparentemente in un rapporto antitetico e stridente nell’opera della Saint Phalle..

Realizzato nel ricordo dello spagnolo “Parco Güell” di Antoni Gaudì a Barcellona (1900-1914), “Il Giardino dei Tarocchi” di Capalbio ha nel movimento e nella straordinaria cromaticità delle forme ciclopiche (alte fino a 15-20 metri) che si impossessano del verde della collina maremmana, un vero trionfo. Proprio così, il trionfo perché il tema iconografico lì svolto dall’artista franco americana è la rappresentazione personale ed elaborata dei ventidue “trionfi” delle carte dei tarocchi chiamati anche “Arcani Maggiori” che sono: I. Il Mago; II. La Papessa; III. L’Imperatrice; IV. L’Imperatore; V. Il Papa; VI. Gli Amanti; VII. Il Carro; VIII. La Giustizia; IX. L’Eremita; X. La Fortuna; XI. La Forza; XII. L’Appeso; XIII. La Morte; XIV. La Temperanza; XV. Il Diavolo; XVI. La Torre; XVII. Le Stelle; XVIII. La Luna; XIX. Il Sole; XX. L’Angelo; XXI. Il Mondo; 0. Il Matto. Queste, aggiunte alle altre cinquantasei “Arcani Minori” o “carte dei semi” formano il mazzo delle carte dei tarocchi o “lame”che sono complessivamente settantotto.

Ma non vogliamo addentrarci nella spiegazione delle carte e del loro significato, non è il nostro compito e non saremmo in grado di farlo, a noi interessa lo sviluppo dei temi e l’interpretazione personalissima che porta l’artista a creare un percorso di forme gigantesche cariche di colore e di luce che s’impongono all’attenzione del visitatore che con esse interagisce prorompendo con una straordinaria carica di vitalità ed espandendosi nella campagna che a stento riesce a contenerle.

La collaborazione del marito della Saint Phalle, Jean Tinguely, che ha realizzato le strutture in ferro e cemento armato, è stata preziosa così come il lavoro di rifinitura degli artigiani locali che, con materiali vari, vetro colorato, ceramica, specchi, hanno saputo creare un luogo originalissimo carico di fascino: una favola per grandi ambientata nel verde della campagna toscana.

Ed è la magia che si sprigiona dalle opere che fanno parte di questa esposizione a rivelare la visione fantastica che caratterizza tutta la produzione dell’artista.

La mostra, itinerante, dal titolo “Niki de Saint Phalle- Joie de vivre”, comprende tredici sculture e trenta disegni che Arcidosso ospita dal 4 luglio al 19 agosto in un itinerario espositivo proposto dalla Rete Museale della Provincia di Grosseto, organizzato da Comediarting con il contributo della Niki Art Charitable Foundation, si svolge in quattro sezioni tematiche che esemplificano appieno l’universo figurativo dell’artista franco-americana che supera la visione novorealista per intraprendere nuove strade in cui l’aspetto cromatico e quello anticonvenzionale, talvolta, “antigrazioso” delle forme, assumono il ruolo di assoluti protagonisti in linea con quanto di meglio l’arte del secondo Novecento è stata capace di produrre.

Dal Palazzo dell’Abbondanza di Massa Marittima (31 maggio-28 giugno), alla Fortezza Orsini di Sorano (22 agosto-27 settembre) passando, appunto, per il Castello di Arcidosso per fruire un evento artistico di straordinario interesse.

Un universo fanciullesco esprime la sezione “LOVE” in cui disegni di semplici oggetti apparentemente banali privi di volume (un vaso di fiori, una mano, le labbra, un albero dai rami spogli o con poche foglie, ecc.), disposti in ordine sparso in uno spazio senza profondità ma facenti parte sicuramente di un progetto fortemente interiorizzato, si sviluppano e si concretizzano sul filo dei ricordi di particolari momenti di felicità (Could we have Loved?,1968) o manifestando un bisogno di affetto e di amore che è il leitmotiv di queste serigrafie e litografie (You are my love forever and ever and ever, 1968; My love we won’t, 1968). In particolare sono i sentimenti profondi che l’artista nutre per il marito che con la sincerità di un’adolescente vengono esternati ed esaltati (Jean in my heart, 1992).

L’aspetto ancora più marcato di un “diario” assumono le opere serigrafiche della raccolta dal titolo “CALIFORNIA DIARY” che mette insieme una infinità di appunti fatti di piccoli disegni colorati e righi di scrittura come didascalie a corredo delle immagini stesse nelle quali si alternano la disposizione degli elementi in uno spazio a largo respiro e il senso dell’horror vacui che non lascia tregua né all’occhio né alla mente che con difficoltà provano a decifrare in maniera rapida i messaggi che l’artista vuole, con forza, insistentemente trasmettere (California Diary, Cristmas 1993; California Diary, Telephone 1993; California Diary, My Men 1994).

Sono pagine di “Poesia visiva”? Non è da escludere perché anche in queste opere ogni singola lettera, di proporzioni diverse rispetto alle altre, assume un rilevante valore espressivo-estetico che dal particolare si riflette sull’insieme compositivo con un risultato di straordinario effetto grafico-cromatico: “Con la definizione di «poesia visiva» si intendono normalmente alcune correnti artistiche di questo secolo (in realtà variamente denominate) che si esprimono attraverso manifestazioni logoiconiche, nelle quali cioè la parola (logos), una volta che sia stata scritta, diventa di per se stessa immagine (icona). Non è una novità in senso assoluto. Precedenti lontani possono essere considerati i geroglifici egizi o ideogrammi cinesi…Precedenti più immediati sono il collage…, il décollage…e soprattutto i Calligrammi (1918) del poeta Guillaume Apollinaire…” (Piero Adorno, L’arte italiana, Il Novecento: dalle avanguardie storiche ai giorni nostri).

Ancora il tema dei Tarocchi ritorna nella sezione intitolata, appunto, “IL GIARDINO DEI TAROCCHI”. In queste litografie oltre alla veduta d’insieme del sito di Garavicchio si trovano singole “carte” le cui forme a prima vista sembrano di una disarmante ingenuità; costruite con una grafia incisiva e da un colore particolarmente forte e brillante riportano alcune delle figure degli Arcani (Tarot Garden, 1991; Sphinx, 1995; The Falling Tower card.n° XVI, 1997; The Devil XV, 1997; Temperance, 1997; La Lune, Moon goddes, 1997; The Sun card. N° XVIII, 1998; The Hanged Man card. N° XII, 1999; Justice, 1999, ed altre).

La mostra si chiude con la raccolta di “SCULTURE” realizzate con moderni materiali in poliestere dipinto, opere di piccole dimensioni, ancora “giochi” nei quali i temi più disparati (Ange luminaire, Angel lamp, 1995; Tree of Liberty, 2000-2001, ecc.) e qualche “Nana” un soggetto tanto caro all’artista nella sua maturità in cui formose “Pomone” dai seni e dai fianchi abbondanti occupano lo spazio facendo sentire fortemente la loro presenza nonostante le modeste dimensioni (California Nana vase, 2000).

Un’altra bella pagina di autentica arte viene così scritta ad Arcidosso dopo le ultime interessanti mostre del 2007 dal titolo “Esperienze parallele” e “Donne al bulino”.

 

“Probabilmente non è stata lei a scegliere l’arte, ma l’arte ad appropriarsi di uno spirito libero, irrequieto, determinato, creativo, anticonvenzionale, acuto, intelligente e geniale a tal punto da anticipare modalità comunicative che, di lì a poco, avrebbero caratterizzato l’approccio a buona parte dell’arte contemporanea”, così scrive nel catalogo Maurizio Vanni, curatore della mostra, per mettere a fuoco la singolare vena creativa di una delle più interessanti personalità dell’arte del XX° secolo che irrompe con forza all’interno del Castello Aldobrandesco di Arcidosso, l’antica, storica struttura architettonica, centro fisico e ideale dello svolgimento urbanistico della cittadina amiatina e del suo ricco passato di cultura. Un trionfo di luce e di colore, la straordinaria fantasia, la felicità per una situazione psicologica positiva cercata e voluta con determinazione, una visione gioiosa del mondo finalmente raggiunta, l’espressione di un’immensa libertà conquistata.

Un momento magico creato dalle opere di Niki de Saint Phalle qui esposte che testimoniano l’importanza di questa figura nel panorama artistico contemporaneo e, in particolare, all’interno del movimento del “Nouveau réalisme”, nato in Francia nel 1960 di cui la Saint Phalle faceva parte insieme al marito Jean Tinguely l’artista svizzero autore di “macchine complicate innocue”, apparentemente aggressive, costruite con rottami industriali, Daniel Spoerri creatore di singolari “nature morte” fatte con i resti di un pasto o con oggetti di uso domestico che evidenziano il benessere e lo spreco della società consumistica dell’era industriale che l’artista accetta senza condizioni (tableaux-pièges = quadri trappola), César che comprime parti di carrozzerie di automobili riciclabili che assumono il valore di “monumento” di una realtà difficile da eliminare, Arman che cattura l’oggetto e lo distrugge riconsegnandolo all’occhio del fruitore ricomposto sotto una nuova veste estetica, l’italiano Mimmo Rotella con i suoi frammenti di manifesti pubblicitari strappati (tecnica del dé-collage) e tolti dal loro contesto “naturale”

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