05 I cinque Martiri

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I cinque Martiri

 

 

 

 

I Santi Coronati sono quattro personaggi del cristianesimo conosciuti con i nomi di Carpoforo, Severo, Severiano e Vittoriano, fratelli. Si dice che fossero scultori e, non volendo scolpire degli idoli, dovettero subire feroci torture e il martirio al tempo dell’imperatore Diocleziano: “I quattro santi coronati si chiamavano Severo, Severiano, Carpoforo e Vittorino. Per ordine di Diocleziano furono battuti a morte con verghe di piombo. Poiché per lungo tempo non fu possibile conoscere i loro nomi resi noti solo più tardi da una divina rivelazione, la Chiesa decise di celebrare la loro festa nello stesso giorno in cui commemorava i cinque martiri Claudio, Castore, Sinforiano, Nicostrato e Simplicio. Questi cinque martiri erano scultori; essendosi rifiutati di scolpire un idolo per Diocleziano e di sacrificare agli dei, per ordine dell’imperatore furono chiusi vivi in casse di piombo e gettati in mare. Questo martirio avvenne all’incirca nell’anno del Signore 287. Dunque, nel giorno dedicato a questi cinque martiri, papa Melchiade ordinò che si facesse memoria sotto il nome dei quattro santi coronati, anche degli altri quattro martiri di cui si ignorava il nome: anche quando i nomi furono conosciuti rimase l’uso di chiamare Severo, Severiano, Carpoforo e Vittorino col nome comune di quattro santi coronati”. (Jacopo da Varagine, Legenda aurea). Sono considerati i patroni degli artigiani carpentieri e degli scultori. I loro resti si conservano nella chiesa eponima di Roma in seguito alla traslazione dei loro corpi, nell’849, da Albano, luogo della loro prima sepoltura. Sono raffigurati sempre insieme, generalmente, due con una folta barba e due senza.

Nel primo altare della navata sinistra della chiesa si trova una grande tela che illustra questo tema iconografico, molto usato nel periodo rinascimentale, particolarmente riferito alle figure dei Cinque Martiri che, con i Quattro Santi Coronati, finiscono con l’intrecciare le loro storie e ad identificarsi, secondo il racconto della Legenda aurea e le notizie riportate dalla tradizione della Chiesa.

Al centro sono raffigurati i cinque personaggi legati al palo della tortura mentre vengono battuti, a due mani, con una verga da un uomo rappresentato alla sinistra della composizione, vestito con una camicia bianca ricoperta da una specie di gonnellino-pantalone rosso arrotolato sotto le ginocchia.

I personaggi principali sono disposti in maniera articolata attorno all’asse verticale al quale sono tenuti legati: uno di loro è visto frontalmente, in posizione eretta, con lo sguardo rivolto verso l’alto, a cercare l’aiuto divino per superare il particolare, drammatico momento. È seminudo con un perizoma bianco che gli fascia i fianchi e ha, intorno al capo, un’aureola che si intravede appena nel chiarore della luce che contraddistingue questa parte della composizione. Gli altri quattro, anch’essi seminudi, assumono una posizione nella quale, i corpi contorti, si muovono per attutire i colpi inferti e il dolore che ne consegue. La dinamicità dei corpi viene, inoltre, notevolmente accentuata dai giochi della luce che colpisce con decisione le forme, modellandole.

Al centro, in primo piano, una cesta contiene gli attrezzi usati dagli scultori e dei carpentieri ed altri strumenti sono posti sul pavimento: il mazzuolo, il compasso, gli scalpelli, la cazzuola, le “stecche” di legno per modellare l’argilla.

Dietro al personaggio maschile che infierisce sui cinque, si trova un soldato dell’esercito imperiale romano vestito con armatura completa di un fantasioso elmo, figura che si trova davanti ad un’altra anch’essa maschile caratterizzata da una corona di alloro sul capo e da un elemento architettonico con colonne le cui scanalature sono divise da un pianetto.

A destra, un soldato in movimento tiene con la mano sinistra una spada che ha al fianco, arma lunga, corredata da un’elsa che non è, sicuramente, una spada di epoca romana. È rappresentato di spalle coperto dall’armatura e da un mantello di colore azzurro, mentre indica con l’indice i cinque martiri.

All’estremità destra della tela un altro soldato con il capo coperto da un elmo dorato regge, con una mano, una lancia visibile parzialmente così come la stessa figura.

Dietro di questa, seduto in trono, l’imperatore romano con indosso i tipici indumenti imperiali con lunga tunica bianca ornata da elementi decorativi coperta parzialmente da un mantello rosso. Ha sul capo una corona di alloro e la mano destra aperta in un atteggiamento che fa supporre che l’imperatore sta sottolineando ai personaggi principali che il supplizio che stanno subendo è dovuto al loro rifiuto di scolpire idoli e sacrificare in loro onore come richiesto dalle autorità. Il trono, posto alla sommità di alcuni gradini, è ornato da una grande conchiglia e un baldacchino è rappresentato nella parte di fondo. Dietro la sua mano si vede un altro personaggio maschile che emerge, in parte, nella composizione.

Nel registro superiore, la Vergine vestita dell’abito lungo rosa e del mantello azzurro, è seduta in trono e regge con la mano destra la palma del martirio che, verosimilmente, consegnerà ai malcapitati. Poggia sopra una grande nuvola biancastra ed è affiancata da due angeli che portano due corone d’oro da porre sul capo dei martiri; un altro angelo tiene la parte inferiore della palma in mano alla Madonna e alcuni cherubini fuoriescono dal fondo scuro dal quale si intravede un’altra colonna scanalata.

La composizione è ben equilibrata in quanto tutti gli elementi in essa dipinti sono distribuiti nell’area disponibile con ordine e senso di misura. Le forme rispecchiano una ricerca anatomica di una certa importanza e i volti sono realizzati, con delicatezza quello della Vergine e, quelli degli altri personaggi rivelano una caratterizzazione somatica di sicuro interesse. Il colore che in origine doveva essere vivace rispecchia ora un notevole affievolimento della cromaticità dovuto probabilmente ad agenti non ben precisabili che ne hanno minato, nel tempo, la brillantezza. La tela necessita, pertanto, di un restauro che possa ridare, al dipinto, un aspetto quanto più vicino alla realtà originaria. L’opera è attribuibile ad un ignoto pittore del XVIII secolo di grandi capacità compositive, grafiche, cromatiche e tecniche ed è contenuta all’interno di una cornice lignea lavorata ad intaglio.

 

 

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