08. Testo

...A proposito di arte ...

 

L’universo umano nella pittura di Franco Venanti

 

 

E’ la sintesi straordinaria del mondo con le sue sfaccettature, le realtà eclatanti ma anche e, soprattutto, quelle più semplici e profondamente umane, indagate con l’occhio attento e smaliziato dell’uomo con la sua conoscenza profonda e l’amore sincero per la vita e dell’artista che con una grande capacità di presentarla e di rappresentarla nulla concede alla superficialità e al compiacimento. L’incisività nel cogliere gli aspetti più diversi che sembra, apparentemente, accettare ma verso i quali affonda i suoi colpi decisi per far emergere il carattere falso, artificioso di una umanità che ha smarrito il senso dell’equilibrio, che si rivolge, invece, con arroganza e disprezzo dei valori che gli sono propri, a tutto ciò che è effimero e banale con la conseguente perdita della sua identità. Il sarcasmo con cui denuncia questa situazione è forte ma garbato e si trasforma in una impietosa analisi che la sua pittura, con evidente facilità, riesce ad esprimere catturando l’attenzione del fruitore che, nel condividere incondizionatamente il severo giudizio, ne diventa automaticamente complice. E tutto ciò avviene con naturalezza, quasi per gioco.

Chi conosce da tempo o chi avvicina per la prima volta Franco Venanti, infatti, rimane affascinato dalla sua simpatica e accattivante figura e dalla sua forte personalità. Uomo colto e sensibile, particolare affabulatore, parla con piacere con voce leggera e una spiccata e piacevole cadenza umbra, riuscendo ad attirare, senza alcuna difficoltà, l’interesse di chi lo ascolta. La sua innegabile schiettezza non risparmia nessuno ma il senso di rispetto per le idee degli altri gli permette di mantenere un comportamento misurato pur nella fermezza che ne distingue il carattere.

Qualcuno, per diversi motivi, potrebbe accusarlo di egocentrismo anche per la sua abitudine di ritrarsi, in molte opere, nel proprio studio insieme alle sue modelle che nude o vestite di fantasiosi abiti e di bizzarri cappelli ornati da nastri, da pennacchi, da fiori e frutti o da curiosi e improbabili volatili, occupano vistosamente lo spazio interno dell’atelier facendo sentire prepotentemente la loro presenza. Si tratta, invece, della testimonianza del pittore immerso in una realtà vissuta con una punta di sottile ed elegante ironia che, naturalmente, lo vede come immancabile protagonista della vita, di un artista legato, per certi aspetti, alla migliore tradizione pittorica che tanti capolavori ha prodotto nei secoli.

L’affermazione dell’importanza della figura dell’artista nella società è così ribadita con decisione e con pieno merito. E la figura umana sia femminile che maschile è un soggetto irrinunciabile per Venanti che gli consente di fissare i termini più importanti della sua ricerca con i quali esprime i valori principali del suo mondo pittorico.

Le forme sono costruite con larghe e sintetiche pennellate che non impediscono di fissare con sicurezza i volumi che si inseriscono con autorità nello spazio che le ospita. In particolare, il nudo femminile delle abbondanti “Pomone” rivela una monumentalità e un marcato senso chiaroscurale che ne evidenzia i volumi anche quando lo spazio prospettico esula dalla tradizione rinascimentale per la realizzazione di una nuova verità disegnativa che ha nella “Nuova figurazione” uno dei movimenti capaci di sottolineare l’evoluzione e il processo di modernizzazione del fare artistico. “Il pittore e la modella”; “Marietta nuda” del 1990, “L’atelier” del 1980, “Il giardino di Paolina”, “Nello studio”, dello stesso anno, non sono semplicemente la copia abbastanza fedele di figure di donna in un interno o in campo aperto ma sono molto di più: una caratterizzazione psicologica puntuale dei personaggi nei loro valori più intimi e nascosti.

Se il nudo femminile, però, si presenta in tutta la sua prorompente carica di sensualità, aspetto verso cui Venanti si è sempre mostrato particolarmente sensibile, la figura maschile assume connotati più evanescenti; il senso plastico è sacrificato e tutto si risolve in una caratterizzazione, a volte ridicola, del personaggio raffigurato che perde la sua “mascolinità” per offrirsi nel suo timido e indifeso atteggiamento. Un uomo impacciato a cui manca la forza necessaria per agire e reagire rimanendo così succube della “donna” e degli eventi più banali. Generalmente obeso, indossa un abito di gala nero sopra la classica camicia bianca con l’immancabile cravatta a farfalla, il fazzolettino piegato che fuoriesce dal taschino della giacca e, spesso, con il cappello a “bombetta” che porta in testa o che tiene in mano. Sempre “innamorato”, è seduto e assorto nei suoi pensieri in una riflessione esistenziale che fa riflettere profondamente anche l’osservatore che prova per lui soprattutto un forte sentimento di compassione (Perplessità, Storia d’amore, del 1970).

E la lezione di alcuni movimenti del XIX secolo si evidenzia con chiarezza nelle opere di questi anni: dal Realismo all’Impressionismo, specialmente quella di Toulouse Lautrec a cui, il “Nostro”, si accosta naturalmente e rivive in maniera autonoma e personale.

Così altri temi cari all’artista vengono ad aggiungersi alla varietà dei soggetti e dei personaggi del suo catalogo. E’ il caso degli Ufficiali, comandanti di eserciti inesistenti che vengono presi a modello per numerose opere che invitano a pensare sull’utilità delle guerre. Generali e Colonnelli dentro divise sgargianti, con appuntate al petto una manciata di medaglie guadagnate in azioni militari mai compiute che invece di studiare piani bellici non trovano di meglio che correre nell’aperta campagna dietro a capricciose donnine nude (Dafne imperiale), o mentre stanno seduti in un atteggiamento di tronfia soddisfazione contenti di mostrarsi con le loro decorazioni luccicanti, molto spesso con il vestito semiaperto che lascia totalmente scoperte le parti intime, in quell’atteggiamento scomposto e volgare che li connota come tali, anacronistici e finti uomini d’onore e d’armi (L’imperatore; L’Impero).

E il tema della guerra ritorna frequentemente nella sua pittura fin dagli anni Sessanta, una lucida e accorata disamina e una ferma condanna di chi, politico o militare, ricorre allo strumento bellico per risolvere le situazioni dei Popoli che potrebbero essere appianate diversamente (La grande fiammata, 1960; Vietnam). Un forte grido di dolore e un significativo monumento alla stupidità umana.

Anche i soggetti a sfondo religioso vengono, talvolta, affrontati da Venanti. La sua visione non è impostata sull’esaltazione degli aspetti prettamente spirituali ma sui valori umani che emergono dai personaggi rappresentati che vivono drammaticamente la vita che scorre senza scossoni ma che ripete, senza soluzione di continuità, i pesanti problemi di sempre. Uomini duri dai lineamenti marcati, consumati dalle fatiche e dalle difficoltà della vita e, sul piano del linguaggio pittorico, nel vivo rapporto con il realismo di Renato Guttuso che ha descritto le condizioni dei meno fortunati della società siciliana del primo Novecento (La Crocifissione, 1960). Altre volte si allontana completamente dalla struttura iconografica tradizionale. Scompare la croce insieme a tutti i personaggi che nel passato stavano ai piedi di Cristo crocifisso e ambienta il momento evangelico su cui si fonda tutta la dottrina cristiana, all’interno di un moderno appartamento in cui un uomo in posizione eretta con le braccia aperte, simula la posizione della croce nella totale indifferenza di due personaggi: una figura femminile seduta che sonnecchia con la testa appoggiata sul proprio braccio e una maschile che si è addormentata anch’essa sulla sedia durante la lettura del giornale che tiene ancora nella mano destra penzoloni (Crocifissione, 1960).

Nell’opera “Apocalisse” del 1980, una folla si muove sotto il cielo incolore, non certo rassicurante, nel quale compaiono improvvisamente figure bianche su cavalli al galoppo, armate di enormi falci, “fantasmi” che sovrastano la grande folla di uomini e donne in febbrile attesa di un evento, sicuramente drammatico, un violento “temporale” improvviso che può venire a sconvolgere l’umanità che cerca ingenuamente di sfuggire riparandosi sotto una selva di ombrelli. E così anche il fatto biblico si veste di un particolare e attuale abito simbolico.

Vicino a questi temi iconografici si sviluppa una forte tendenza verso la rappresentazione delle “metamorfosi”. Nascono così i quadri nei quali l’uomo si camuffa nascondendosi sotto le sembianze di un bizzarro animale: “Rinoceronte”, del 1980. La fantasia e il senso della libertà, componente importante della personalità di Venanti, si manifesta così in tutta la sua carica espressiva. Ma già in precedenza le figure umane avevano subito stravolgimenti nei tratti somatici in quei personaggi femminili che l’artista aveva costruito con un colore sfumato, quasi sgocciolato, sulla tela che diventa una superficie annebbiata dalla quale spuntano come ombre (Verginità; La scimmia, del 1970).

Dall’anno 2000, poi, la sua ricerca sulla natura si orienta nella direzione di una cromaticità assoluta costituita da larghi piani di colore piatto, uniforme e ben delimitato, valorizzato da raggi luminosi che fanno della luce l’unico, assoluto protagonista che con i suoi improvvisi lampi taglienti, inquadra e definisce come viste da una finestra, le forme che emergono dal buio dello sfondo dopo aver perduto la loro consistenza e l’identificazione in quanto entità astratte, irriconoscibili (Finestra di primavera; Raggi di sole). E’ la dimostrazione chiara della dinamicità dei contenuti e della continua evoluzione tecnica nella ricerca del maestro di Perugia.

E’ un pittore antico Franco Venanti. Il suo modo di dipingere discende direttamente dall’esperienza rinascimentale dei grandi artisti dell’Italia Centrale nella solennità delle pose, in quel senso di misura e sobrietà che contraddistinguono le sue strutture compositive. Ma è anche un artista moderno, nuovo, nei temi sociali che affronta, nel suo raccontare con il pennello la storia dell’uomo con un linguaggio semplice e comprensibile ma estremamente graffiante. E lo fa servendosi di un disegno che, seppure provenga indiscutibilmente dalla tradizione, costruito con un segno fluido, immediato e personale, diventa lo strumento efficace della descrizione della amara vicenda umana nella quale l’artista si immedesima e ne riporta, con ironia, tutte le contraddizioni.

 

Giombattista Corallo

Arcidosso, Ottobre 2008

 

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