07. Testo

...A proposito di arte ...

 

Generali senza esercito e odalische formose

 

 

Comandanti senza soldati, dentro divise scure e logore, con vistosi cappelli sul capo ornati da una coccarda tricolore, non coinvolti in operazioni belliche ma impegnati in attività lontane dal loro ruolo, come correre in un campo dietro ad una donna nuda (Dafne imperiale), sdraiati all’interno di uno studio di un pittore (Visita allo studio), vicini ad un palloncino che stenta a prendere il volo (Il balcone), seminudi con gli attributi sessuali che fuoriescono dal vestito blu alzato sul petto che li rende ridicoli, indifesi, senza l’abito a fare da scudo (L’imperatore), o in posa, immobili, imponenti e compiaciuti di sé, con il vestito carico di bottoni, corredato di due grandi spalline dorate, con in mano un grosso volatile rosso (L’impero).

E’ una parte della realtà di Franco Venanti, un artista attento, capace di scrutare il profondo animo umano per denunciare, con sarcasmo e con decisione, i valori di un mondo che lui non riconosce, l’inutilità della guerra e la stupidità di chi, militare o politico, fa della forza e del potere lo strumento per sovvertirne il naturale equilibrio. Soldati in azione solo nell’intenzione e rivoluzionari che non cambiano niente, rappresentati nel loro anacronismo, marionette di situazioni storiche che non hanno ragione di ripetersi, fantasmi sempre presenti nell’immaginario dei quali si teme la materializzazione. Così Venanti lancia un messaggio di grande umanità con quella sensibilità che gli è propria, senza enfasi ma con una lucida analisi che lo pone al di sopra delle situazioni. Non è un anarchico, giudica negativamente gli estremismi di cui la vita è spesso oggetto: una rivoluzione, infatti, deve essere un fatto interiore, culturale: questa è la sua verità.

Un ingenuo o un visionario? La vita è sogno, diceva Calderon de la Barca, e Venanti, sognando ad occhi aperti, penetra con incisività nelle problematiche non solo della società in cui vive che egli conosce perfettamente, che osserva a distanza e per la quale esprime il suo chiaro, inappellabile giudizio, ma di tutte le società che nel tempo si sono costituite e che hanno causato, nell’artista, quella delusione che traspare in maniera costante dalla sua opera. Una verità amara che Venanti non tenta di nascondere che, invece, propone con coraggio e coerenza, posizione che può assumere solo chi opera culturalmente senza asservimenti, a costo di navigare sempre controcorrente.

L’ho conosciuto nel luglio del duemiladue, in occasione di una sua mostra personale allestita in un paese del Monte Amiata, in Toscana. Vestito di scuro, con il cappello ugualmente nero come la folta barba che gli lascia scoperti due occhi severi che pungono più di uno spillo; eccentrico ma con un modo di porsi accattivante, gran parlatore, con la sua voce suadente dal marcato accento umbro, si dimostra apparentemente timido, di una timidezza però che nasconde un carattere forte e deciso che alcuni possono scambiare per egocentrismo e spavalderia. Il rispetto degli altri, invece, è una prerogativa che si evidenzia in tutti i suoi atteggiamenti.

La visione che egli ha del mondo, quindi, come emerge dalla sua pittura, non è positiva. I protagonisti delle sue opere non hanno fiducia nel futuro; vivono la loro vita nella paura di qualcosa che può improvvisamente accadere, e l’Apocalisse tra le altre, ne è la dimostrazione. Qui, una folla di uomini e donne si muove sotto un cielo minaccioso occupato da figure chiare, macchie irriconoscibili, su cavalli al galoppo, armate di gigantesche falci, che incombono sulla folla in attesa di un possibile evento drammatico, un simbolico “temporale” che può arrivare improvvisamente a sconvolgere la loro umanità che cerca di evitarlo, ingenuamente, riparandosi sotto una selva di ombrelli. O, forse, è il timore per il sopraggiungere della vera punizione divina di cui parlano le Scritture?: “Poi nel cielo aperto vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava è chiamato Fedele e Verace, perché giudica e combatte con giustizia.” (Apocalisse, 19, 11). La sua “lucida visione” e la sua vena ironica, ancora una volta, si manifestano apertamente con grande finezza.

E le odalische? Un tema iconografico molto caro al pittore è quello della modella nello studio dell’artista. Le sue donne sensuali espongono le loro forme con disinvoltura, ora con una sigaretta in bocca, ora sdraiate, in posa mentre si fanno ritrarre, con vistosi cappelli ornati di nastri e di piume, e calze lunghe scure che risaltano sul chiaro dell’incarnato, immobili o in atteggiamenti amichevoli verso gli ospiti dell’atelier. Qui, invece di figure evanescenti, immateriali, vediamo corpi che si fanno voluminosi e solidi, anatomicamente ben studiati, che occupano quasi interamente la superficie del quadro, con il risultato finale di un notevole, monumentale senso plastico. Scene quasi sempre caratterizzate dalla presenza del pittore nello studio, che si raffigura nel suo abbigliamento abituale mentre dipinge i personaggi; una presenza che potrebbe essere sentita come frutto di un egocentrismo inquietante ma che, in effetti, riafferma la centralità della figura dell’artista nella società che non può e non deve fare a meno del suo apporto culturale e umano. Gli autoritratti realizzati all’interno di queste scene sono quanto di più spontaneo e sicuro emerge dalla sua pittura, una caratterizzazione di se stesso fatta veramente da un acuto osservatore, l’introspezione di un autentico artista. Venanti non si limita a riprendere con obiettività l’interno dell’atelier per farne una copia quanto più possibile realistica ma anche in questi soggetti tende a caratterizzare, a fissare le tipologie dei personaggi dei quali mette in risalto aspetti nascosti che solo una mente vivace e disincantata può intravedere; un rapporto non epidermico con il modello ma volto a svelarne i suoi valori più intimi (Atelier, La modella cinese, Valeria, La svedese).

La stessa presunzione che emanano gli uomini in divisa impronta anche l’atteggiamento di altri personaggi nei quali il senso della Vanitas è alla base del loro essere. Il riferimento, in particolare, è all’opera Specchio delle mie brame, in cui una figura femminile seminuda si aggiusta il voluminoso cappello guardandosi allo specchio retto da una emblematica scimmia, davanti allo sguardo compassato di un ufficiale seduto con la sciabola che pende dal suo fianco. E il concetto di vanità ritorna di frequente nella visione di Venanti e si esplica con la rappresentazione di donne agghindate con vestiti sontuosi e fantasiosi copricapo dalle strane e incredibili fogge.

La donna, appunto, la bellezza, l’amore, sono motivi iconografici che ritornano con frequenza e per i quali dimostra di avere un concetto, ancora una volta, molto personale. Una realtà, la sua, singolare e grottesca, di enorme suggestione.

La galleria delle sue creature alle quali da vita, però, non finisce qui ma si arricchisce costantemente e consente al pittore di esternare i caratteri del suo mondo fantastico ma radicato nella più profonda realtà esistenziale.

E sul piano strettamente pittorico, quali sono i motivi portanti della sua opera al di là dei soggetti presi in considerazione? Il riferimento al passato è forte e si manifesta con chiarezza nei naturali legami che dimostra con la cultura figurativa rinascimentale dell’Italia Centrale, specialmente di Piero della Francesca, del Perugino e di Luca Signorelli, arricchita dalle esperienze più recenti di Francisco Goya e di Toulouse Lautrec, fino alla Pittura Metafisica di Giorgio De Chirico da cui gli deriva una certa tendenza verso una rappresentazione onirica della realtà. Ma tutte queste conoscenze vengono filtrate dalla particolare personalità e tradotte dall’artista che si esprime con un linguaggio proprio e originale rivisitando ed elaborando i dati in suo possesso con molta sincerità e nella più assoluta libertà, senza condizionamenti.

La sua pittura, tecnicamente, è discorsiva e mette in risalto le grandi capacità grafiche di un disegnatore nato, che costruisce le forme con una pennellata fluida e incisiva nello stesso tempo, corredata da un colore smaltato che ne esalta il segno. Anche la prospettiva tradizionale viene abbandonata, in linea con i più grandi e significativi movimenti del Novecento, e la tridimensionalità sacrificata per la creazione di uno spazio virtuale in cui le figure assumono il ruolo di sole protagoniste. In questo senso i risultati conseguiti dalla tecnica fotografica e di ripresa moderne giocano un ruolo determinante che si evidenzia nel taglio nuovo della composizione e degli elementi in essa contenuti.

E il senso della libertà, di cui sono privati gli uccelli in gabbia che ricorrono spesso nei suoi quadri, è l’aspetto principale del carattere di Franco Venanti la cui opera segna una tappa importante nell’ambito della Neofigurazione e di tutta l’arte che si sviluppa tra il XX e il XXI secolo.

 

Giombattista Corallo

Arcidosso, novembre 2003

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