10. Testo

...A proposito di arte ...

 

Una bella storia d’arte e di amicizia

 

“Fra le attività umane,

nessuna è così permanente come le arti plastiche

e nulla fra quanto sopravvive del passato

può avere un uguale valore di guida per la storia della civiltà.”

 

Herbert Read, L’Arte e la Società

 

Si conclude così, felicemente, nel punto da cui era partito, il percorso espositivo del Collettivo BAI, come previsto dal progetto iniziale dell’ottobre 2006. Fu, infatti, allora, con la mostra allestita nella “Sala Pietro Palazzo” di Comiso dal titolo “Una Scuola, una Generazione” che il gruppo di artisti comisani intraprendeva un cammino portando in giro per l’Italia le sue opere in una esposizione itinerante che mirava a far conoscere le sue straordinarie esperienze figurative proponendole al giudizio di una più vasta platea che dalla Sicilia fino al limite estremo della penisola, a nord, al confine con la Slovenia, ha avuto modo di apprezzare, con unanimi e positivi consensi, l’alto livello estetico e di contenuti raggiunti dagli artisti componenti il Collettivo. E’ importante però ricordare che tutti, insieme o singolarmente, avevano già all’attivo molti anni di esperienza internazionale nella pittura e nella scultura ma la ripresa di un progetto comune è stata veramente salutare per tutti i componenti del gruppo stesso.

San Cataldo (Caltanissetta), Arcidosso (Grosseto), Gorizia, Gubbio (Perugia), Stefanaconi (Vibo Valentia), Cefalù (Palermo), erano le città che in partenza dovevano ospitare l’iniziativa alle quali si sono fortunatamente aggiunte, in seguito, Reggio Calabria, Enna, Sciacca (Agrigento), Paternò (Catania), Modica (Ragusa), fino a Siracusa che hanno ulteriormente allargato il campo operativo di questi artisti. E’ un resoconto completo dell’attività espositiva di tutto rispetto compresa in un arco di tempo, relativamente breve, di sei anni circa.

Per Vittorio Balcone, Giovanni Di Nicola, Atanasio Giuseppe Elia, Luigi Galofaro, Emanuele Elio Licata, Michele Licata, Rosario Lo Turco, Raffaele Romano, Gesualdo Spampinato, è stata sicuramente una prova indimenticabile che ha dato lo stimolo e la coesione necessari per continuare, nello spirito più proficuo, la ricerca nel campo difficile, affollato ma pieno di fascino della figuratività che ha rafforzato ancora di più la profonda amicizia che da sempre li lega mai venuta meno anche se negli anni, la vita, li ha tenuti geograficamente lontani.

Molti sanno che il sodalizio tra queste personalità artistiche dura dagli anni Cinquanta del secolo scorso da quando, cioè, ragazzi, frequentavano l’allora Scuola Statale d’Arte nella quale hanno avuto il primo contatto con l’arte e, successivamente, la formazione che ha permesso loro di affermarsi nel campo con gli esiti che tutti conosciamo. Poi il lavoro in comune nelle varie “Botteghe”, laboratori aperti in alcuni vecchi ambienti del centro storico della loro città di origine nei quali si parlava e si produceva arte, veri banchi di prova di ricerca in cui ognuno portava avanti le sue idee e i suoi programmi, sperimentando e affinando il proprio linguaggio, senza perdere di vista il lavoro degli altri.

Ed è proprio questo aspetto che ha meravigliato e interessato non pochi visitatori della mostra tenuta in Toscana, nel Castello Aldobrandesco di Arcidosso in provincia di Grosseto, nell’agosto del 2007, dal titolo “Esperienze parallele”, una delle tappe previste dal programma. Sono stati colpiti soprattutto dal numero rilevante di artisti partecipanti, tutti originari della stessa città, personalità artefici di opere di tale valore figurativo provenienti da un ambiente culturale così evoluto facente parte di una regione del profondo sud dell’Italia. Ma chi conosce il territorio ibleo e, in particolare quello di Comiso, si rende perfettamente conto del suo eccezionale patrimonio umano che è stato capace di produrre e continua a produrre cultura nonostante la notevole distanza fisica dai cosiddetti “centri deputati” a trasmettere il “sapere”. Specialmente nelle arti plastiche, le personalità di spicco non si contano, tanto da poter dire con un certo “orgoglio” di comisano, che nella città, in ogni famiglia è presente almeno un artista.

E questa cultura viene da molto lontano, dalla preistoria. È documentata, infatti, nei numerosi siti archeologici della montagna e del litorale portati alla luce da numerose campagne di scavo che si sono susseguite ad opera di studiosi i cui nomi hanno fatto la storia dell’archeologia. Ha avuto uno sviluppo straordinario specialmente con i Greci nelle città fondate da questi Popoli come testimoniano gli innumerevoli reperti di notevole importanza storico-artistica custoditi nei musei di Camarina, Ragusa e Siracusa.

Anche i Romani hanno lasciato la loro indelebile impronta in diverse località. Tracce di questa cultura tra il II e il III secolo d.C., sono presenti in diverse località ma i resti più imponenti e utili ad uno studio più approfondito sono senz’altro quelli dell’edificio termale scoperto nel centro dell’abitato di Comiso in un tratto lungo la strada cittadina che va dalla Piazza Fonte Diana alla Piazza delle Erbe. Qui, tra il Palazzo Comunale e il Palazzo Iacono-Ciarcià nel 1934, durante alcuni lavori in un cantiere, furono trovati i resti di una Terma Romana risalente a quel periodo, con un tratto di pavimento in mosaico, figurato con una scena mitologica marina, realizzato con la tecnica chiamata “opus vermiculatum”.

Le culture cristiana e bizantina sono presenti in una vasta zona del territorio così come quella romanica con la chiesa, conosciuta anche come “u tumminu” costruita intorno al 1200, che accoglieva i bambini abbandonati, annessa poi, nel XIV secolo, all’antico Ospedale, e la gotica, sviluppatasi con ritardo nel territorio che ha nella splendida chiesa dell’Immacolata, l’esempio più importante di architettura gotica siciliana, dal persistente ricordo bizantino-arabo, denominata “Chiaramontana” dalla famiglia dei Chiaramonte che per circa un secolo, fino al 1392, esercitò il suo potere nel territorio. E poi il Castello Aragonese ampliato successivamente.

Il Rinascimento coincide con uno straordinario fiorire di iniziative promosse dagli amministratori del territorio, soprattutto dalla famiglia Naselli (1423-1754) e ad uno sviluppo costante e di grande qualità delle attività artigiane che, soprattutto a Comiso, produce un’infinità di personalità che nei vari campi, nella lavorazione della pietra, del legno, dei metalli e in altri materiali, realizza opere che ancora oggi rimangono a testimonianza del felice momento attraversato dalla società e dalla cultura figurativa della Città nei secoli XV e XVI.

È in questi secoli che Comiso si arricchisce di grandi e interessanti costruzioni delle quali ricordiamo la Chiesa dell’Annunziata che sorgerà sul luogo della Chiesa di San Nicola, la Chiesa di Santa Maria delle Stelle o Matrice e di San Biagio. Nel campo della scultura si impone all’attenzione, per la straordinaria fattura, il monumento funebre di Gaspare II Naselli detto il “Conte Rosso” che risale al 1586, collocato nella parte absidale della Chiesa dell’Immacolata, attribuito ad Antonio, un componente autorevole della nota famiglia di scultori Gagini il cui capostipite, Domenico, era originario di Bissone sul Lago di Lugano, dove era nato nella seconda metà del XV secolo, poi stabilita in Sicilia.

E il tardo-barocco della ricostruzione successiva al terribile terremoto del 1693 che vede presente a Comiso personalità dell’architettura come quella di Rosario Gagliardi che conferisce, con le sue opere, al paesaggio urbano, una precisa e singolare connotazione. Nello stesso periodo si registra anche una forte presenza di pittori che contribuiscono ad abbellire, con i loro quadri, l’interno delle numerose chiese, tra i quali ricordiamo i palermitani Giuseppe Crestadoro e Vito d’Anna, Mariano Gusmano di Licodia Eubea, Olivio Sozzi di Catania, Pietro Novelli (il Monrealese), e tanti altri. Così continuando anche nei secoli successivi con la costruzione del Mercato Monumentale, detto “‘a Vucciaria”, progettato dall’ingegnere comisano Francesco Fianchino nel 1871, il palazzo Comunale, costruito nel 1887 su progetto dell’ingegnere Giovanni Galeoto e il Teatro costruito nel 1841 dall’architetto locale Girlando. Da ricordare anche il nome e l’attività del pittore ottocentesco di Comiso, Giuseppe La Leta e di Gaetano Distefano di Chiaramonte.

Quanto è successo, poi, nel corso del Novecento e succede in questi ultimi anni è storia di tutti i giorni.

Ed è su questo terreno fertile, culturalmente dinamico, arricchito poi dalla presenza di una rinomata scuola come l’Istituto Statale d’Arte, che s’innesta l’attività artistica delle tante personalità che qui sono nate e qui hanno sviluppato la loro ricerca artistica che molti hanno esportato e fatto conoscere in tante regioni lontane dalla loro terra di origine. Partendo dalle fortunate esperienze dei Movimenti del XX secolo, questi, hanno saputo e sanno oggi sperimentare linguaggi nuovi ed autonomi in una ricerca senza soluzione di continuità imponendosi all’attenzione del pubblico e della critica ai massimi livelli portando in Italia e nel mondo i segni e le testimonianze della cultura figurativa iblea e, specificatamente, comisana, frutto della eccezionale creatività e operosità che distingue il carattere di questa Gente.

E il Collettivo BAI ne da una chiara e inequivocabile dimostrazione presentando, in questa mostra, la sua più recente produzione che reca i segni tangibili di una ulteriore, naturale e fortunata evoluzione dei suoi linguaggi espressivi.

 

Ma questa storia non finisce qui, si chiude solo una importante e felice parentesi della vita artistica del Gruppo che non mancherà di darci, ancora, rinnovate prove del valore della sua ricerca figurativa e delle sue raffinate poetiche.

 

Giombattista Corallo

Arcidosso (Grosseto), Maggio 2012

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