02. Testo

...A proposito di arte ...

 

La Bottega d’Arte di via Ferreri

“L’aria del continente”, per dirla con Nino Martoglio: una fresca ventata di nuovo che venne a sconvolgere il normale e, per certi aspetti, stanco e ripetitivo andamento delle attività all’interno dell’allora Scuola d’Arte volto principalmente a fare acquisire la manualità necessaria a chi era destinato ad alimentare le schiere delle numerose ed apprezzate maestranze locali, vanto del tradizionale artigianato ibleo che si esplicava nelle sue variegate sfaccettature legate strettamente o all’uso di materiali di cui l’ambiente, naturalmente, era ricco o alla presenza di esperti artigiani in grado di lavorarne altri provenienti da diversi territori.

Era questa la situazione fino al 1956, quando l’arrivo di Germano Belletti, chiamato da Perugia a dirigere la scuola, con una squadra di giovani insegnanti all’inizio della carriera desiderosi di mettere in luce le loro capacità sul piano professionale ma dimostrando anche notevoli qualità umane, viene a rinnovare, con competenza e decisione, il progetto didattico corrente.

Ivo Giubilei, Rosario Tesauro, Luigi Gheno, Wanda Poletti, Luigi Pero, Annino, Salvatore Spataro, per ricordarne alcuni, trovarono subito negli allievi una risposta alle loro iniziative e ai loro stimoli, come se l’ambiente non aspettasse altro che quel momento, un input determinante per le fantasie e i sogni dei ragazzi e per le loro fondate aspettative. Fu come scoperchiare, positivamente, un “Vaso di Pandora” che liberò tutte le potenzialità latenti mettendo in campo nuove e forti personalità che costituiranno, poi, la base della ricerca artistica che partendo da Comiso si riverserà con successo in molti ambienti di cultura in Italia e all’Estero.

E fu così che la “Foglia di Acero”, oggetto di interminabili esercitazioni di laboratorio, dall’argilla al legno, alla pietra, allo sbalzo su rame, diventò “Crocifissione”, “Figura seduta”, “Figura sdraiata”, “Maternità”, “Coccodrilli”, “Uccelli”, prendendo, in un primo momento, in prestito qualche forma dal repertorio figurativo che “l’Arte colta” offriva e che consentiva, non l’abbandono dell’aspetto meccanico implicito nel processo artistico ma un’apertura verso un fare in cui la ricerca estetica assumesse sempre più importanza, un valore aggiunto orientato a trovare nuovi e autonomi modi espressivi nel campo della comunicazione visiva.

Non mancavano, però, nella Scuola d’Arte, maestri di grande spessore che già operavano con eccellenti risultati e che godevano della fiducia di quanti la frequentavano: Orazio Pelligra, Biagio Brancato, Salvatore Lucenti, Giuseppe Barone, Raffaele Terranova, Francesco Gugliotta ed è anche risaputo che molte personalità del territorio si erano imposte da tempo negli ambienti internazionali nel campo della pittura e della scultura, divenendo artisti di spicco, maestri storici nel vasto panorama della figuratività del XX° secolo: Salvatore Fiume, Carmelo Cappello, Salvatore Iemolo, Antonino Virduzzo, e tanti altri ma va sottolineato il fatto che dalla fine degli anni Cinquanta in poi l’ambiente si evolve a tal punto che è facile affermare, con una punta di “innocente presunzione” di comisano, parafrasando una iscrizione che si leggeva nel VI secolo in un mosaico bizantino della cappella arcivescovile di Ravenna: “Aut lux hic nata est aut capta hic libera regnat”, che “l’Arte o è nata qui o qui è stata imprigionata e vi si svolge in piena libertà”, tanto grande è il numero degli artisti che popolano il campo e che godono della stima di quanti, addetti ai lavori e non, sono interessati ai problemi della visione e della comunicazione.

Non è da sottovalutare, inoltre, l’apporto culturale della Biblioteca Comunale diretta allora da Biagio Floridia che, con i primi volumi d’arte, portava linfa vitale all’irrefrenabile volontà di emergere di questi giovani che trovavano, in quella struttura del sapere, le motivazioni per un significativo arricchimento delle loro già notevoli conoscenze. Van Gogh, Modigliani, Carrà, Morandi, De Chirico, Martini, Viani, Marini, e soprattutto Picasso, erano i più gettonati, artisti capaci di far sognare i ragazzi che cercavano con passione e tenacia di emularli.

Ed è in questo clima particolarmente vivace che si affermano le numerose personalità della nostra Città, residenti o emigrati per motivi di studio e di lavoro soprattutto attivi nell’insegnamento, che si mettono in evidenza con la loro non comune esperienza riscuotendo consensi negli ambienti deputati e, fra i tanti, il gruppo composto da Vittorio Balcone, Giovanni Di Nicola, Atanasio Giuseppe Elia, Luigi Galofaro, Elio Licata, Michele Licata, Saro Lo Turco, Raffaele Romano, Giuseppe Salafia, Gesualdo Spampinato.

Con questi nomi si apre a Comiso una nuova fase, una stagione di straordinario interesse e di proficua collaborazione tra i componenti il gruppo che li vede accomunati nella ricerca di strade che portano, pur nel lavoro fianco a fianco, ma senza un programma comune, ad una autonomia di linguaggio per l’affermazione delle singole personalità: lo “Studio”.

Si trattava di un laboratorio collettivo aperto nei locali di piccole strutture abitative del centro storico in cui ognuno portava avanti le sue esperienze vivendo le esperienze degli altri in un serio e meditato percorso con un arricchimento notevole di tutti; un ambiente in cui si respirava arte anche quando, nel periodo natalizio, qualche volta, il laboratorio diventava il luogo ideale per passare una serata tra amici, bere un bicchiere di spumante e fare una partita a carte.

Da via Magenta (1962) a via Adamo, Pico della Mirandola, Rattazzi (1963), alla Galleria “Ippari” in via Conte di Torino (1964). Ma è il laboratorio di via Ferreri ai numeri civici 23, 25, 27, 29, che rimane nella storia del Collettivo che vi opererà fino al 1968 anno in cui molti della formazione andranno a svolgere la loro attività altrove mentre Salafia vi rimarrà fino al 1979 anno in cui si verificò un incendio che distrusse buona parte delle opere, Spampinato aprirà un laboratorio di ceramica e Galofaro continuerà a lavorarci fino al 1984. Fu questo il periodo d’oro del gruppo de “Gli Amici di via Ferreri”, appunto, che in quegli anni mise a fuoco il suo obiettivo studiando nuove strategie estetiche, affinando, con la sperimentazione, possibilità tecniche e materiali più attuali raggiungendo poi il livello creativo e gli straordinari risultati che tutti conosciamo.

Anche altri due artisti furono assidui frequentatori dei quattro laboratori di questa nota strada, egualmente impegnati come tutti nel tentativo di trovare vie inesplorate nel campo figurativo ma che, purtroppo, molto presto sono stati strappati all’Arte e alla Vita: Biagio Micieli e Salvatore Giovanni Parisi.

E i contatti con i grandi maestri, in questo studio, sono frequenti: Fiume, Gulino, Virduzzo, Pero, Distefano, Brancato, Barone, Giuseppe Micieli così come gli incontri con critici d’arte e giornalisti che hanno contribuito a far conoscere il “Collettivo” e la sua produzione artistica sia a Comiso come in altre realtà culturali fuori della Città e della Sicilia.

Le numerose mostre personali e collettive alle quali il gruppo ha partecipato negli anni e continua ancora oggi a tenere, poi, hanno fatto e fanno il resto.

Una riflessione. Un così grande patrimonio umano con la sua vastissima produzione merita però di essere ulteriormente valorizzato con la predisposizione di spazi espositivi adeguati affinché una raccolta permanente delle opere più rappresentative dei Maestri Comisani possa essere messa a disposizione del pubblico locale e fruibile anche a chi, venendo da fuori, volesse godere di un bene che appartiene a tutti: l’apertura di un secondo “Polo museale” d’Arte Contemporanea, in Città, che, con il Museo di Storia Naturale, potrebbe rappresentare non solo un altro motivo di attrazione turistica con i benefici economici ad esso legati ma anche un luogo di studio per quanti hanno a cuore la cultura e le sorti dell’Arte.

E’ una speranza e una scommessa che vedrebbe tutti vincitori.

 

Giombattista Corallo

Arcidosso, Maggio 2006

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