14. Testo

...A proposito di arte ...

 

Un salto nell’Europa

 

Il Collettivo BAI in terra di Germania

 

“ogni arte autentica riconduce con un giro più o meno largo alla realtà stessa. La sua grandezza consiste in una interpretazione della vita che ci aiuta a dominare meglio lo stato caotico delle cose e a ricavare dall’esistenza un senso migliore, più impegnativo e più sicuro.”

 

Arnold Hauser (Le teorie dell’arte)

 

Il Collettivo BAI (Bottega d’Arte Ippari). È questo il nome che ha dato Eugenio Giannì, estetologo e teorico dell’arte, al gruppo di Comiso, uno straordinario sodalizio di dieci artisti che hanno fatto dell’arte e dell’amicizia i motivi portanti del loro fantastico rapporto di vita. Porta il nome di uno storico e antico fiume che, lambendo la Città, arrivava con la sua foce nella greca Kamarina, che noi, da giovanissimi abbiamo conosciuto ed eletto ad elemento di identità della nostra Comunità, ridotto a ruscello e ora quasi del tutto scomparso. Così si scrive a proposito: “Aprire la finestra sul Collettivo BAI è come immergersi nell’aura magna di una zona infuocata dal sole, quella di Comiso e del mitico fiume Ippari, che nella stagione delle grandi acque stendeva le ali sui campi circostanti trasformandoli un tempo in verdeggianti boschi, poi in palude dal suono gracido …” (Eugenio Giannì, Arte e poetica dell’arte nel Collettivo BAI, 2010)

Le aule dell’allora Scuola Statale d’Arte che li ha visti nascere artisticamente, aperte all’interno di quel grande edificio in pietra calcarea locale che è diventato il simbolo della figuratività comisana che non si è fermata nell’ambito di un ristretto territorio ma che si è inserita in un discorso ampio, universale, partecipando al dibattito culturale che da qui è partito portando, in terre lontane, l’eco di una realtà artistica che ancora oggi e, soprattutto, dimostra tutta la sua eccezionale vitalità.

E poi i laboratori comuni, le diverse “botteghe” aperte negli anni Cinquanta nel centro storico di Comiso, che li ha visti crescere: Via Conte di Torino e altri ma, soprattutto, quella di Via Ferreri, in cui tutti, ancora molto giovani, erano alla ricerca della strada giusta per l’acquisizione di un linguaggio personale, fatto di significanti che inveravano significati profondi, che poteva permettere, a ognuno, la trasmissione di contenuti che già da allora risultavano chiari e ben individuati, indirizzati verso obiettivi certi, in uno spirito di quotidiana collaborazione pur nella diversa disposizione e capacità di assorbire e interiorizzare i dati che la realtà e la cultura dell’epoca, naturalmente, offrivano. Vi si respirava arte, sempre, nelle chiacchierate tra amici e nell’aria intrisa di odori familiari di olio di lino e trementina, di marmo e di pietra locale, di gesso, di legno e di metalli, i materiali più usati per dar vita alle idee, per dar corpo alle forme e ai colori suggeriti dalle esperienze quotidiane dei singoli e alle rilevanti conoscenze di quanto l’arte aveva nei secoli prodotto, con una particolare attenzione alla figuratività moderna e contemporanea e alle personalità “mitiche” che la rappresentavano. Per tutti le mete da raggiungere, il sogno da realizzare ma, come possiamo vedere, sogno non è stato ma realtà “vera”. Il “Collettivo” si è imposto con forza nell’ambiente e oggi occupa una dimensione di grande rilievo nel vasto panorama artistico, non solo locale, ma in termini di valori assoluti nel mondo dell’arte nel quale le singole personalità hanno dato, e continuano a dare, prova delle loro capacità di sviluppare autentiche “pagine di poesia” che le inseriscono, a pieno merito, in un contesto figurativo di notevole respiro internazionale.

Successivamente, l’allontanamento dalla Città di origine per motivi di studio e di lavoro, anche verso le grandi città del Centro-Nord dell’Italia e fuori, che non ha, però, minimamente scalfito il loro rapporto, che non ha reciso quel sottile filo immaginario che li teneva sempre legati che, invece, ha estremamente rafforzato la loro volontà di fare “gruppo” nell’ambito di una ricerca artistica di grande spessore che ha dato i meritati frutti che oggi ben conosciamo e celebriamo. Così si legge nelle pagine di uno scritto: “L’esperienza BAI è molto importante anche, e altresì, come attestato di rara coesistenza esistenziale, poiché i vari operatori, chiusa l’esperienza collettiva e disseminati, per esigenze di vita, in luoghi diversi e anche remoti da quello originario, si sono tenuti in contatto quasi in una sorta di legame mistico con scambi di esperienze, informazioni sul proprio percorso, … Quasi a segnare una continuità spirituale che si realizza nella concretezza ambientale del vissuto di ognuno, …” (Luciano Marziano, Percorsi e Riscontri, 2010).

Ma è una data importante che segna in maniera significativa il lungo percorso artistico del Collettivo: la mostra “Una Scuola una Generazione”, allestita a Comiso nella seicentesca “Aula Pietro Palazzo” in Via degli Studi, che dal 7 ottobre 2016 dette l’input per un interessante e ricco progetto di attività espositiva itinerante che dalla Sicilia ha toccato, nel tempo, diverse regioni italiane, fino a oggi.

San Cataldo (Sicilia, 2007), Arcidosso (Toscana, 2007), Gorizia (Friuli Venezia Giulia, 2007), Gubbio (Umbria, 2008), Enna (Sicilia, 2009), Stefanaconi (Calabria, 2010), Reggio Calabria (Calabria, 2010), Cefalù, (Sicilia, 2010), Paternò (Sicilia, 2011), Sciacca, (Sicilia, 2011), Modica (Sicilia, 2011), Comiso, (Sicilia, 2012), Comiso (Sicilia, 2016: Decennale del Collettivo BAI), Comiso (Sicilia, 2017: Ventesimo anniversario della morte del pittore Salvatore Fiume).

E ora, il grande “salto”, l’invito a esporre fuori dell’Italia, al di là dei confini geografici della nostra penisola, a Wolfsburg, in Germania, fissato nei primi giorni del mese di settembre p. v., un grande e meritato riconoscimento al lavoro svolto dal Collettivo nel tempo, un premio che gratifica i componenti per i risultati raggiunti che sono molto apprezzati sia a livello di pubblico sia dalla critica.

Ma di tutto ciò abbiamo parlato molto nel corso degli anni, sono notizie che appartengono ormai alla storia del Collettivo comisano, ci soffermeremo, invece, qui, a sottolineare, nei limiti del possibile, l’evoluzione nella ricerca poetica di ognuno dei dieci artisti del “gruppo”: Vittorio Balcone, Giovanni Di Nicola, Luigi Galofaro, Elio Emanuele Licata, Michele Licata, Giuseppe Salafia, (scultori); Atanasio, Giuseppe Elia, Rosario Lo Turco, Raffaele Romano, Gesualdo Spampinato, (pittori).

Vittorio Balcone. Da sempre abbiamo conosciuto l’artista capace di sottomettere, a suo piacimento, qualsiasi materiale lapideo come il marmo e la nota pietra calcarea di “Comiso” nella cui lavorazione si è dimostrato un vero grande maestro. La sua più che cinquantenaria esperienza nell’uso degli strumenti e una straordinaria manualità gli hanno consentito di rendere elastica una materia che, per sua natura, elastica non è. Le sue forme plastiche costituite da superfici levigate, lucide, nel loro sviluppo toglievano, infatti, peso alla materia e conferivano all’opera una particolare leggerezza. E sul piano estetico, da sempre Balcone si è mosso verso una forma dinamica che si sviluppa nello spazio che la ospita in piena libertà, una forma aperta, in divenire, apparentemente inarrestabile che potrebbe continuare a svolgersi all’infinito se l’artista non riuscisse, come fa, a bloccarne il movimento dimostrando una grande, concreta capacità di dominarla (Ritmi, 2008). Spesso, però, la forma tendeva a chiudersi ma lasciava incompiuto questo movimento che veniva affidato al fruitore che, percettivamente, lo concludeva (Segno d’Acqua, 2012).

E la sua abilità di scultore si manifestava anche nella lavorazione del bronzo e del legno, materiali che oggi, Balcone, per esigenze creative e per motivi oggettivi, usa più spesso con risultati sempre di notevole interesse. Ma, mentre nelle opere del passato il senso della sua ricerca era prevalentemente rivolto alla creazione di una forma intesa come elemento universale, di per sé autonomo, nelle opere di oggi l’artista le affida il compito di farsi portatrice di un nuovo messaggio, un valore aggiunto, fatto di contenuti che sono legati strettamente alla storia e ai problemi sociali dell’attualità come i titoli dimostrano (Migrazioni; Terra inquieta, 2017).

Giovanni Di Nicola. I materiali che usa: il ferro, il bronzo, l’acciaio, il rame e la straordinaria manualità acquisita nella sua lunga attività che gli permette di operare con forme estremamente limitate nelle dimensioni, gli consentono di esprimere pienamente i termini della sua continua ricerca improntata a contenuti profondi, soprattutto di ordine spirituale (Desiderio di Fede, 1997; Sulle Religioni, 2006)). E l’idea di un universo immenso che domina l’uomo, è presente nella sua poetica, umanità che deve trovare, a tutti i costi, la libertà necessaria per tentare il definitivo riscatto e l’affermazione del proprio ruolo nel mondo. La figura umana è costruita, nella sua conformazione anatomica, con saldature e “sgocciolature” che assumono la duplice funzione di legatura delle parti e, nello stesso tempo, si propone quale veicolo originale verso un preciso valore estetico di protagonista importante del suo racconto scenico concorrendo a formare l’insieme dei significanti come segni del linguaggio necessario a trasmettere il proprio messaggio. Questa, determinata da filamenti metallici o dall’intervento della fiamma ossidrica, spesso fa parte di un articolato insieme di elementi che si presenta come vero “apparato scenico” in cui si consuma il dramma dell’umanità (Illusioni, 2003). E la raffinatezza e la ricchezza cromatica degli elaborati plastici di questo artista estremamente originale, caratterizzati da una preziosa realizzazione miniaturistica, si rivelano ancora nelle ultime opere che si presentano come piccoli “contenitori” di idee e di messaggi che ora si rivolgono, principalmente, alla rappresentazione di temi sociali che il mondo attuale continuamente propone e che i media di oggi riportano, quotidianamente, amplificandoli (Sulle congreghe e le lobby, 2016; Ambita gabbia sociale, 2017; Sulla famiglia Arcobaleno, 2017).

Luigi Galofaro. La sua ricerca artistica un tempo era improntata sulla presentazione di opere plastiche nelle quali una materia informe, costituita da corrose e scure parti grumose o lacerate, quasi sempre modulari, trattate con la fiamma ossidrica che interrompevano la continuità delle superfici metalliche levigate, ben definite, contrastando fortemente, esprimevano il senso dell’eterno dramma umano sempre in bilico tra il forte desiderio di conoscenza, la sua volontà di scoprire l’universo, di essere artefice della sua stessa vita e il riconoscimento dei propri limiti che lo porta alla perdita di fiducia in se stesso e negli altri. La sua partecipazione a questa idea esistenziale non era, però, totale ma andava nella direzione della presentazione-denuncia di un disfacimento suscettibile, però, di ripensamenti in uno stato d’animo in perenne contrasto, capace in fondo, di risoluzioni e aperture positive e liberatorie (Simmetrie riflesse 1 – 2, 2006).

Successivamente, Galofaro si è allontanato decisamente da questi modi espressivi per intraprendere un percorso volto alla creazione di entità plastiche dalla forma “certa”, ben definita nella sua dinamicità spaziale. Questa s’inserisce liberamente nello spazio occupandolo con la nitidezza delle superfici in acciaio con uno svolgimento in cui prevale, nella sua elasticità, la linea curva (Dodici 1, Dodici 2, 2011).

Oggi il linguaggio del “Nostro” evolve verso un’apparente staticità e bidimensionalità che nasconde, invece, una cosciente rappresentazione spaziale di notevole interesse ottenuta con aperture geometriche strutturate in insiemi che, nella distribuzione razionale dei pieni e dei vuoti, nella quasi monocromia e nella luce, determina una “nuova forma” che, seppure viva, talvolta, nel ricordo della forma totemica del passato rivela, invece, una straordinaria novità creativa che è data anche dall’uso congiunto di materiali vari quali i metalli, il legno e altri, atti a soddisfare, compiutamente, le sue esigenze creative (Bifrontale, 2016). Interessanti sono anche le composizioni con forme geometriche cromatiche composte da semplici elementi espressivi di una scrittura i cui caratteri costituiscono un improbabile “alfabeto” di una lingua che, a noi, è, naturalmente, sconosciuta ma che si rivela efficace nella trasmissione del messaggio (Antichi caratteri, 2017).

Emanuele Elio Licata. “Le Tavole Eugubine” sono state, per questo scultore, umbro di adozione, il motivo portante, l’innegabile aggancio cosciente per le sue creazioni artistiche. Un fascino che queste pagine di storia pre-romana di Gubbio, la città in cui Licata vive e lavora, hanno da sempre esercitato sull’artista che sono una parte importante dell’antica cultura della città umbra. I singolari elementi che le costituiscono, ricavati da diversi materiali come il rame, l’ottone, l’acciaio, il legno, lastre dai bordi frastagliati, ora ritagliati dal piano di fondo o lasciati all’interno dello stesso alloggio e fissati con un perno assumevano posizioni dai movimenti causati dall’intervento del fruitore che diventava parte attiva dell’azione creativa. E’ evidente il riferimento ai “Mobiles” di Alexander Calder un artista americano rappresentante dell’Arte Cinetica, movimento sorto negli anni Sessanta del XX secolo, i cui gli elementi costitutivi, a differenza di questi, venivano mossi dal semplice spostamento dell’aria, che l’artista rivive e interpreta in termini di assoluta autonomia. Il risultato che ottiene è uno straordinario esempio di fantasia, “pagine” da leggere scritte con una grafia della quale non è necessario conoscere il codice (Tavola Eugubina del Cuoco, 1998; Tavola Eugubina nuda, 1993).

E questi caratteri sono ora superati dalla ricerca di nuove forme ricavate da fogli di rame, irregolari e colorati, dai contorni variamente sagomati e dalle superfici nelle quali sono operati dei tagli semplici, paralleli, costituenti singolari e delicate tessiture che, attraversate da linee sottili di luce proveniente dalla superficie dello specchio che la riflette perché collocate, appunto, sopra un piano verticale specchiante, determinano un insieme molto originale e suggestivo, esteticamente favorito anche dalla cromaticità degli elementi che costituiscono quelle che Elio Licata chiama “Ragnatele” (Nido di Ragnatele 7; Nido di Ragnatele 8, 2017).

Michele Licata. Scultore, per un lungo periodo ha fatto uso del legno, un materiale morbido, per costruire, con una certa facilità, i suoi “Totem” ricavati da blocchi squadrati a sviluppo verticale che s’impongono all’attenzione dell’osservatore inserendosi nello spazio che le ospita come presenze misteriose, inquietanti, con le quali Licata si identifica condividendone il loro essere tali. Un rapporto forte con i suoi “personaggi mitologici” asessuati e senza volto che occupano una realtà semplice e ordinata, di simbiosi, quindi di adesione totale alla loro vita e ai quali l’artista si dimostra legato da profondi motivi di ordine affettivo e spirituale. Le incisioni e i tagli trasversali a carattere “tettonico” nei quali la luce creando particolari zone d’ombra produce significativi effetti chiaroscurali che le superfici lisce, levigate e verniciate con sostanze trasparenti fanno intravedere il caldo colore della materia sottostante che contribuisce a consolidare lo stretto rapporto tra il “creatore” e la “forma creata” (Totem n.1; n.2; n.3. n.4., 2006). Passando, poi, attraverso la ricerca di contrasti tra superfici continue e forti tagli traumatici (Punto di rottura, 2009), continua, per un certo tempo, con la creazione di soggetti simili ai primi che costruisce con materiali diversi: il ferro, l’ottone e la terracotta, in cui le superfici continue e lucide sono interrotte da fori e da tagli nella ricerca di valori legati strettamente a motivi estetici, forme che non coinvolgono l’artista emotivamente, con le quali manca una profonda partecipazione alla loro vita (Totem 2; Totem 4, 2012).

Nelle ultime opere si ha un netto cambiamento, un orientamento opposto. Alla rigidità totemica si sostituisce l’accostamento di elementi a superficie curva che s’inseriscono nello spazio con una straordinaria libertà, quasi “vele” esposte al vento che non le muove nella stessa direzione. Questo movimento crea forme plastiche morbide e leggere, una dinamicità nuova e gradevole che scava un solco profondo con il passato, remoto e recente (Fior di Loto, 2014; Fior di Loto, 2017).

Giuseppe Salafia. Anche Salafia si distingue, come Balcone, per la straordinaria perizia tecnica nella realizzazione delle sue opere plastiche con la pietra e il marmo. Il suo paziente lavoro mette in luce un’artigianalità, una manualità di antica memoria “comisana” che fa del “Nostro” uno dei pochi esperti di materiali lapidei oggi non facilmente annoverabili nel campo della scultura. La sua opera, nel passato, si muoveva nel ricordo dell’opera di Henry Moore, lo scultore inglese, uno dei maggiori del XX secolo, autore di molte Figure sdraiate e Maternità che popolano i giardini di tante città europee e di diverse sale di musei del mondo. La sua autonomia di linguaggio rispetto al primo, si esplica in una visione più intima; manca, infatti, la monumentalità che distingue le forme di Moore e una predisposizione naturale verso l’astrattismo (Curve in movimento; Compenetrazione, 1975). L’azione creativa dell’artista scaturisce dalla positiva visione del mondo, da una serena presa di coscienza della universale problematica umana che accompagna il mondo da sempre e che è impossibile cambiare se non con la scomparsa dell’uomo stesso.

Nella sua ricerca figurativa evoluta fa la sua comparsa il singolare motivo dell’Uovo che diventa uno dei motivi portanti della poetica di Salafia. L’Uovo rappresenta, infatti, il principio creativo, l’involucro, l’utero all’interno del quale la vita ha origine; una forma naturale perfetta che rende la straordinaria testimonianza sull’idea di assoluta armonia dell’universo. Le forme sono lisce e levigate e mettono in risalto una continuità nel contrasto di pieni e di vuoti (Creazione, 2000), che il materiale marmoreo, ora da lui molto usato, con le sue superfici lucide, esalta (Forma spaziale a espansione obliqua, 2016; La Ruota della Solidarietà, 2016)

Atanasio Giuseppe Elia. La sua pittura, una volta caratterizzata da campiture di colore quasi materico, nel ricordo di un “astrattismo informale” volto ad esaltare la cromaticità primaria e la luce della terra di Sicilia, con l’azzurro del cielo e del mare, il rosso delle infinite e frequenti colate laviche dell’Etna (Senza titolo, 2005/2006; La luce del Vulcano, 2009), è passata, poi, ad un linguaggio nuovo fatto di colore ma soprattutto di una luce bianchissima che fa la sua comparsa improvvisa ramificandosi e dando corpo ad una visione onirica, ad una plastica che costruisce una “realtà altra”, a immagini di sogno ad occhi aperti che non lasciano molta libertà di sognare ma che riportano, inevitabilmente, alla realtà vera; non un incubo ma un viaggio verso un mondo sconosciuto dal quale è sicuro il ritorno (Viaggio onirico 21, 2010; Dinamiche notturne 2, 2011).

Nelle opere attuali la luce assume un valore assoluto. Come una lama tagliente, nella sua ben definita forma geometrica, emerge con forza da un mondo scuro popolato da aperture colorate o bianche che si susseguono con improbabili prospettive nelle quali compare, timida ma straordinariamente plastica, la figura umana a sottolineare una visione estremamente raffinata ma carica di una forte, latente, aura di mistero. Si percepisce, infatti, un “assordante” silenzio, un’attesa drammatica di qualcosa che dovrà accadere ma che non è ancora accaduta: una realtà con cui l’umanità, suo malgrado, è capace di convivere (Silenzi 8, 2016; Silenzi 16, 2016).

Rosario Lo Turco. Il suo figurativismo è il risultato di una ricerca che ci riporta a realtà appartenenti ad una cultura non occidentale, fatta di profondi e lunghi silenzi e di architetture vuote, della storia di una civiltà che nel remoto passato si è incontrata e scontrata con la nostra, che l’artista ben conosce e della quale dà una straordinaria testimonianza. I suoi personaggi anonimi fanno capolino dagli angoli delle strade come ombre misteriose dimostrando, quasi, il timore di farsi vedere, di venire allo scoperto, avvolti nei loro tradizionali lunghi abiti, con il capo nascosto da un cappuccio dalla lunga punta. Ed è così che la sua opera interpreta magistralmente lo spirito dell’ambiente in cui l’artista vive e lavora che diventa un significativo medium conciliatore, un sicuro punto d’incontro tra le due civiltà sapientemente messe insieme. Il colore sfumato, quasi un monocromo, contribuisce, in maniera determinante, a quell’aria di irrealtà che emana dall’ambiente e costituisce, naturalmente, il motivo portante dell’essere pittore in quella Terra d’Africa (Moschea; Sidi Bou Said) E le ultime opere? Premesso che nel tempo la pittura di Lo Turco non ha mostrato significativi cambiamenti tali da poter affermare di trovarci di fronte a particolari novità sui temi o nel linguaggio, possiamo, senza ombra di dubbio, affermare che le sole differenze che vi si possono notare, in questi ultimi anni, riguardano uno sfumato del colore ancora più marcato che annulla quasi totalmente le forme, riducendole, a macchie che contribuiscono ad accentuare, in maniera estrema, quell’aria di mistero che dal quadro si sprigiona (serie di opere sul tema: Luci ombre e penombre, 2010).

Raffaele Romano. Abbiamo conosciuto, molto tempo fa, questo pittore e incisore come artista figurativo tendente, addirittura, a una sorta di “espressionismo”. I temi da lui trattati, il segno incisivo e sofferto e il colore dai forti contrasti ci riportano senz’altro a questo particolare linguaggio artistico che, a partire dal 1911, dalla Germania, ha occupato la scena artistica rivelandosi come uno dei Movimenti più importanti del XX secolo. La visione straordinariamente drammatica del mondo che si sostituiva all’Impressionismo francese la cui poetica ottimistica del mondo e della società di Fin du siècle, era il motivo ispiratore dell’opera di Romano (Emigranti).

E hanno creato meraviglia le opere pittoriche di questo artista esposte nella prima mostra della serie, a Comiso, nel 2006 che si presentavano con un astrattismo totale fatto di piccole campiture di colore che spiccavano nettamente sullo sfondo apparentemente uniforme ma, in effetti, costituito da piccole macchie di colori primari o complementari che, nel loro accostamento, producono un effetto di forte contrasto che riteniamo riporti direttamente ad una certa forma di Espressionismo (Intorno le stelle; Carro, 2006). Così come nelle ultime opere nelle quali le pennellate sono collocate in modo da far appena intravedere soggetti riconoscibili (Il Sogno ovvero Il Gallo 1-2-3, 2017).

Gesualdo Spampinato. L’attività di ricerca di Gesualdo Spampinato che tanta fortuna ha avuto fin dalle prime prove pittoriche potremmo suddividerla, essenzialmente, in tre periodi distinti. Il primo si riferisce a quell’aspetto che si potrebbe definire Iperrealismo – simbolico che riguarda l’interesse dell’artista verso forme della realtà in cui riesce a tradurre, con un linguaggio proprio, autonomo, lontano da ogni facile rappresentazione di un gratuito realismo, la sua tendenza a scavare, all’approfondire, attraverso l’uso del dettaglio, la conoscenza dell’oggetto che assume anche un valore simbolico. Così “Risveglio sul mare” del 2006; “Incombenza su Comiso – Ecoballa”, dello stesso anno, possono essere lette come il manifesto di una visione che sfiora l’Iperrealismo per approdare in un linguaggio vicino alla Metafisica. E metafisica è la presenza della veduta di Comiso che con le sue cupole e i campanili è un motivo costante che “firma” buona parte delle sue opere e ne costituisce la connotazione simbolica. Il secondo riguarda le opere nelle quali Spampinato fa uso di materiali diversi: il cartone e la carta che, in frammenti, spiegazzata o arrotolata contribuisce al cambiamento del suo linguaggio che, ora, si orienta verso una particolare forma di astrattismo (Tesaurismosi-Napoli, 2008). Breve periodo che viene subito soppiantato da strutture compositive essenziali di rilevante effetto cromatico impostato sul valore del “tono”, i rossi, i verdi nei quali linee e fasce creano insiemi geometrici di sicuro interesse che, nella semplicità dell’accostamento, costituiscono i segni ideali del suo linguaggio espressivo. E’ importante aggiungere un particolare che modifica, nella sostanza, i termini della sua ricerca culturale: i nuovi temi politico-sociali (Movimento di Piazza, 2012; Terre di conflitto, 2012). Da questo, al linguaggio delle ultime opere, il passo è breve. Il colore di fondo è uniforme ed è attraversato da linee leggermente più chiare dello stesso tono che formano una rete sulla quale campeggia un “segno”, uno “scarabocchio” più scuro che determina la necessaria chiarezza nella lettura di queste straordinarie pagine di quotidiana attualità, di drammatica e, sovente, tragica umanità (Sull’immigrazione-Accoglienza disordinata; Sull’immigrazione-Deriva in mare; Sull’immigrazione-Scafisti in fuga, 2017).

 

Arcidosso (Grosseto), Giugno 2017

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