11. Testo

...A proposito di arte ...

 

Joe Giordano: dal Maryland al Monte Amiata

 

La singolare esperienza figurativa di un artista americano

 

L’America. Un Paese che in un tempo relativamente breve, due secoli circa, ha saputo crearsi una cultura figurativa propria, mettersi alla testa dell’ambiente artistico con i numerosi movimenti che si sono susseguiti nel corso del Novecento e che hanno aperto nuove strade, inventato linguaggi inimmaginabili solo qualche tempo prima: espressione forte, apparentemente spregiudicata, di una società industriale moderna, ricca, libera, dinamica, attenta ai cambiamenti continui che dal secondo dopoguerra in poi hanno contrassegnato il processo di rinnovamento dell’arte non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo che gli è, per questo, profondamente, debitore.

È il percorso analogo seguito nel campo della musica che portò, fortunatamente, alla nascita del “Jazz”. Una espressione musicale che ha rivoluzionato questo linguaggio che continua sempre a rinnovarsi con risultati di straordinaria intensità.

Personalità di grande rilievo hanno sconvolto il modo tradizionale di fare arte cogliendo i segni inconfondibili suggeriti dalle culture contemporanee e traducendoli in significanti efficaci atti a veicolare sentimenti, contenuti e aspettative politico-sociali nuovi verso i quali il mondo intero, con sicurezza, aveva intrapreso un percorso di andata senza ritorno. Così Jakson Pollok con l’Espressionismo astratto e la tecnica del dripping (sgocciolatura) riesce a coniugare le nuove istanze con la tradizione culturale degli Indiani d’America; la Scuola del Pacifico che guarda al di là di questo Oceano e alle filosofie orientali (soprattutto la teoria Zen) esprimendosi, in particolare, con Mark Tobey e le sue scritture bianche, in una forma di astrattismo assoluto. E poi la Pop art (Popular art, come viene chiamata dagli Inglesi), o New dada in America: Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Claes Oldenburg, Roy Lichtenstein ed altri fino a Andy Warhol, che hanno portato sugli altari dell’arte gli oggetti di scarto della vita quotidiana più impensati, prodotti dal mondo industriale, o la ricostruzione personale degli stessi, caricandoli di valori che le persone comuni non riescono a percepire se non per quello che essi sono nella realtà e per la funzione per cui sono stati creati. Così di seguito per tutti i movimenti che lì sono nati e si sono sviluppati, diffusi poi nel resto del mondo.

Ma tutto questo non poteva avvenire senza l’apporto sostanziale delle esperienze millenarie della Vecchia Europa, portavoce assoluta della ricerca artistica con le sue personalità geniali che hanno fatto la storia indelebile dell’arte: un rapporto ideale con quanto prodotto nei secoli nel Vecchio Continente e per i contatti diretti con artisti moderni emigrati, volontariamente o no, negli Stati Uniti d’America con l’ascesa al potere del Nazionalsocialismo in Germania nel 1933, con i suoi risvolti storici che tutti, tristemente, ricordiamo.

Ed è a questa cultura del passato europeo che si rivolge direttamente, senza intermediari, Joe Giordano, pittore di Baltimora, specialmente a quanto successo nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi anni del secolo successivo: all’Impressionismo e al Post-Impressionismo francesi, in particolare di Paul Cézanne. Così Giordano fa rivivere la realtà naturale con i suoi paesaggi, le sue vedute delle città e delle campagne, i personaggi ritratti, nelle forme e nei colori che gli sono propri, allontanandosi volutamente dalle teorie e dalle tecniche contemporanee che un artista americano ben conosce facendo parte di un contesto umano e culturale formato su quelle nuove esperienze figurative dalle quali non è facile, né, per alcuni aspetti, conveniente artisticamente, distaccarsi.

E non sono europei anche i movimenti del Primo Novecento noti come Futurismo, Cubismo, Espressionismo, Astrattismo, Dada, che hanno contribuito in maniera determinante al lancio dell’arte contemporanea d’oltre Oceano?

Ma l’accostamento del “Nostro” al passato è dettato soprattutto da un amore sincero per quel modo di esprimersi, una presa di coscienza del vero che gli permette un rapporto leale con i modelli che elabora nel corso dello svolgimento della sua vita quotidiana, legata spesso ai viaggi che per lavoro Giordano compie. Si occupa, infatti, del Programma estivo pre-universitario organizzato dal MICA di Baltimora e, per questo, ritorna annualmente in Italia a capo di un nutrito gruppo di allievi che soggiorna nei paesi dell’Amiata (i corsi hanno durata di tre settimane), territorio a cui l’artista è molto legato, non solo idealmente, e dove trascorre parte dell’anno dedicandosi, a tempo pieno, alla sua attività.

Vi è arrivato anni fa nel corso di uno scambio culturale tra alcune scuole della Provincia di Grosseto e altre di Baltimora, tra cui l’Istituto Superiore Carver per le Arti e la Tecnologia, e fu amore a prima vista se, da allora, ci ritorna periodicamente e dove è facile, durante l’estate, incontrarlo mentre dipinge all’aperto: Montegiovi (dove vive), Casteldelpiano, Arcidosso, Santa Fiora, Seggiano, sono i centri amiatini più visitati. Così si esprime l’artista sulle bellezze paesaggistiche del luogo: “I was enchanted when I discovered the splendor of Mt. Amiata. The region is as compelling as the area surrounding Mt. St. Victoire. Mt. Amiata is the Mt. St.Victoire of Tuscany…”.

Ed è soprattutto l’en plein-air, tanto caro prima ai Macchiaioli toscani ma soprattutto agli Impressionisti del secondo Ottocento, che interessa Joe Giordano e che gli permette di penetrare, non solo fisicamente, nella natura per carpirne i segreti e le variazioni di luce che nel corso della giornata suggeriscono cromaticità dinamiche, sempre diverse, dovute all’incidenza sulle cose dei raggi luminosi che insieme all’artista sono gli autori dell’opera stessa.

Abbiamo fatto il nome di Paul Cézanne non a caso, anche se di questo grande padre della pittura moderna manca, nella ricerca di Giordano, la solidità della pennellata e della struttura complessiva delle forme che tanta importanza rivestirà, in seguito, sulla nascita del Cubismo ad opera di Pablo Picasso e di Georges Braque: “In una lettera del 1904 [Cézanne] scrive che bisogna “trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva”,…” (G. C. Argan, L’arte moderna 1770/1970). C’è, piuttosto, la spazialità e il senso della luce azzurra tipici dell’ambiente della Provenza, regione che l’artista conosce molto bene e che gli ha conteso fino all’ultimo la scelta: Francia o Italia? prima di prendere la decisione definitiva di stabilirsi in Toscana. É stata, per lui, una “folgorazione sulla via di Damasco”, una passione sfrenata che si riflette in molte sue opere, compresa una “veduta simbolo” della cultura pittorica francese e di Cézanne in particolare: La Montagna Saint Victoire ad Aix-en-Provence. Ma anche alcuni angoli dei paesi della regione che Giordano ha ripreso, dimostrando un attaccamento e un amore verso quella Terra che è sempre vivo e che costituisce una delle motivazioni artistiche prevalenti del pittore di Baltimora.

Un percorso a ritroso, quindi, anche nella tecnica usata, l’acquerello e il guache, nella quale si rivela un vero maestro. La trasparenza, la ricerca di colori “diafani”, ci riportano, poi, al pittore francese che, specialmente negli ultimi tempi della sua attività, ne fece grande uso. È un materiale, questo, che gli permette di ottenere una straordinaria freschezza di pennellata e una dinamicità delle forme che sono i presupposti della sua pittura. Una pennellata che produce un segno sicuro ed elastico che, seppure distante dalla struttura rigorosa di Cézanne, si presenta ugualmente sistematica e non casuale, una rivisitazione personale molto interessante del passato riportato nella contemporaneità, lungo un itinerario omogeneo che pone l’artista in una dimensione di un certo prestigio nel campo difficile e complesso delle arti figurative.

Ma come si spiega il ritorno ad un passato artistico così remoto a scapito delle nuove e numerose ricerche verso le quali sono indirizzati gli artisti di oggi? Forse le sue lontane origini italiane, o la sua azione didattica, che è la principale attività dell’artista e della sua Scuola?

È questo un motivo che ci fa per un po’ riflettere, ma che accettiamo poi senza esitazione perché riteniamo che questa sua scelta sia “vera”. Un modo di fare pittura così sentito ed estraneo ad ogni forma di “scimmiottamento” delle contemporanee tendenze (cosa che oggi non è difficile riscontrare nell’ambiente artistico), un atteggiamento che noi apprezziamo molto per l’onestà intellettuale dell’artista e del suo essere sincero con sé stesso e con il pubblico.

 

Giombattista Corallo

 

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