13. Testo

...A proposito di arte ...

 

Il passato che rivive

 

Una felice esperienza pittorica

Ambrogio Lorenzetti, Pietro Lorenzetti, Giotto, Beato Angelico, Vittore Carpaccio, Caravaggio, Renoir, Van Gogh, sono questi gli artisti che hanno esposto le loro opere nella “Sala Egida” di Arcidosso in una particolare mostra di pittura inaugurata sabato 8 giugno e rimasta aperta fino al giorno 22 dello stesso mese. Ma è proprio così o si tratta di uno scherzo di cattivo gusto ideato da qualche gruppo di buontemponi, un motivo furbesco per attirare l’attenzione sulla cittadina amiatina che in questo periodo di crisi economica soffre, come tante altre città non solo italiane, per l’impossibilità di organizzare spesso eventi artistici di un certo livello culturale. Niente di tutto questo. Le opere ci sono state, eccome! Ma soltanto la copia di alcuni quadri dei grandi artisti sopra menzionati realizzati dalla pittrice di Arcidosso, originaria di Roccalbegna, Florisa Bindi Pastorelli che mi ha affidato il compito di curare e presentare sul piano storico-critico la singolare manifestazione, incarico che ho accettato con entusiasmo data la novità dell’evento rispetto alle tradizionali mostre d’arte.

Si tratta, quindi, di “copie d’autore”, la definizione che ritengo più appropriata contro la più nota “falsi d’autore” che si riferirebbe ad attività illegali di falsari spacciatori di opere contraffatte a nome dell’autore degli originali, un grave reato punito severamente dalle leggi vigenti. L’innocente rifacimento di una nota opera artistica, invece, rientra nella passione per l’arte, nella cosciente ripresa della tradizione figurativa della nostra cultura, l’affermazione di una precisa identità artistica e il comprensibile orgoglio di appartenervi. Questo atteggiamento non costituisce un fatto nuovo perché già nel passato grandi artisti hanno eseguito copie di opere di altrettanti colleghi contribuendo notevolmente a far conoscere le opere stesse soprattutto nei casi di quelle ormai definitivamente perdute. Si ricordano, in particolare, Tiziano con il Ritratto di Giulio II di Raffaello; Poussin con il Festino degli dei di Giovanni Bellini; Poussin con il Bacco e Arianna di Tiziano; Rubens e la Battaglia di Anghiari di Leonardo; Raffaello e la Gioconda di Leonardo.

E’ chiaro che nella creazione artistica di questo particolare genere viene preso in considerazione dal copista soltanto il significante cioè la materializzazione del significato: le linee, le forme i colori, la luce, ecc., ma in quanto al significato, i contenuti che l’opera vuole trasmettere al fruitore, ha già provveduto ad esprimerli l’autore dell’originale. Quindi è la tecnica che occupa interamente l’interesse di chi realizza la copia anche se la scelta dell’opera da copiare ricade sempre sull’autore e sulla sua produzione verso cui il copista, per motivi vari, si sente più vicino.

Il periodo in cui questa attività ha trovato il miglior favore del pubblico è senz’altro il XIX e parte del XX secolo quando sono state immessi sul mercato dell’arte una infinità di quadri molto spesso creduti gli originali tanto da frenare molti musei del mondo su eventuali acquisti per non rischiare di incappare in un falso di autore prendendo il cosiddetto “bidone”. Sembra che anche il noto storico dell’arte Bernard Berenson, l’esperto scrittore americano di origine lituana, autore fra l’altro del libro “I pittori italiani del Rinascimento”, che curando una mostra ha avuto, alla chiusura della stessa, la sorpresa di scoprire che fra le opere pittoriche già esposte si trovava solo un originale mentre tutti gli altri quadri erano delle “ben fatte” copie. E che dire poi di Giorgio De Chirico, il grande artista italiano che ha aperto una nuova via alla pittura del Novecento: la Metafisica, che negli ultimi anni della sua vita, corre voce, che stentava a riconoscere una sua opera autografa da un falso prendendo spesso dei grossi abbagli.

Sicuramente questa tendenza ha avuto, nel suo sviluppo, un precedente illustre nel Movimento Arts& Crafts (Arti e mestieri), nato in Inghilterra negli ultimi anni dell’Ottocento ad opera di John Ruskin e William Morris che nel periodo in cui si affermava la produzione industriale che uniformava naturalmente l’oggetto togliendogli “l’anima” per riscattarlo, invece, dall’anonimato in cui era relegato dal bisogno di realizzarlo, a basso costo, con materiali scadenti e dalla dubbia forma estetica, con l’esecuzione artigianale del singolo con la sua personale spinta creativa e le sue capacità di artigiano. Il ritorno ai valori del cristianesimo del Medioevo concedeva, inoltre, la possibilità, rifacendosi a quest’epoca storica, di porre le basi per la nascita del Newgotic in architettura e all’arte dei Pre-raffaelliti nella pittura.

Fra i tanti nomi di autori italiani di “falsi” ricordiamo in particolare quello di Icilio Federico Joni (1866-1946) di Siena, specializzato nella copia di antichi quadri di Scuola Senese e Mariolino Feraboli (1924-1992) noto come Mariolino da Caravaggio o “il Falsario” che ha legato indissolubilmente il suo nome a vicende avventurose e a condanne per la sua abitudine a falsificare opere pittoriche, abbonamenti del treno, fogli-licenza militare fino a quando non si decise a scendere sul piano della legalità con successo, firmando con il suo vero nome (F. C. il Falsario) i suoi elaborati che oggi hanno un mercato fiorente con prezzi di partenza di circa 5.000 Euro.

Ma veniamo alla pittura di Florisa Bindi Pastorelli che caratterialmente è l’opposto del “Re dei falsari”. La sua passione per l’arte è forte e indirizzata, principalmente, alla copia di opere su tavola di Scuola Senese (I Lorenzetti, Segna di Bonaventura, ed altri) e di Scuola Fiorentina (Giotto, Beato Angelico), ma mostra una certa predilezione per Michelangelo Merisi da Caravaggio di cui sono presenti, nella mostra, la famosa “Canestra di frutta” della Pinacoteca Ambrosiana di Milano e il “Fanciullo con canestra di frutta” conservato nella Galleria Borghese di Roma.

In queste due opere la “Nostra artista” mette bene in evidenza il senso del “vero” prerogativa della visione caravaggesca e il luminismo, caratteri che influenzeranno enormemente tutta la pittura europea del Seicento e del secolo successivo. Le foglie secche, avvizzite, accartocciate, le rughe dei fichi e la mela che reca il segno dell’aggressione del frutto da parte del baco raffigurate nella “Canestra”, sottolineano con forza il valore simbolico degli elementi che fanno riferimento alla caducità delle cose e della vita che la pittrice “Copista” interpreta con molta autorità e genuinità espressiva. La ricerca del dettaglio visibile anche e, soprattutto, nell’intreccio delle verghe della cesta, dimostra la grande perizia tecnica dell’artista amiatina a rendere “vero” il contenitore della frutta che nella particolare posizione sembra sporgere lievemente dal piano su cui poggia rappresentato in una particolare visione prospettica dal basso.

In Giotto e nei fratelli Lorenzetti, senesi ma influenzati positivamente dall’artista fiorentino, riesce a rendere il “senso tattile” delle forme tanto caro al Berenson, costruendo la struttura dell’immagine con una plasticità di notevole rilievo. Nelle opere dei due pittori senesi riesce a rendere visibile la fusione dei valori formali delle due Scuole toscane che accordano la ricerca del volume con la linearità, la ricerca dell’ornamento e una certa vivacità del colore come si può notare nella Madonna col Bambino e degli apostoli Pietro e Paolo facenti parte di un polittico smembrato di cui non si conosce la disposizione generale e di queste tre tavole (qui realizzate su tela) con le parti mancanti, attribuito ad Ambrogio. Lo stesso si può dire delle altre opere esposte: la Croce dipinta di Segna di Bonaventura, gli Angeli musicanti di Beato Angelico, nelle quali il tentativo di avvicinare i caratteri dell’originale è veramente notevole, così come nei Girasoli di Vincent Van Gogh in cui la pennellata lunga e tormentata esprime appieno i valori della pittura dell’artista olandese post-impressionista che anticipa, in qualche modo, l’avvento dell’Espressionismo tedesco del 1909, uno dei Movimenti artistici più importanti del primo Novecento.

E come avviene per l’uso di un supporto di diverso materiale dall’originale (la tela al posto della tavola), così anche per quanto riguarda la tecnica pittorica usata. Florisa, infatti, realizza tutti i suoi quadri facendo uso esclusivo dei colori ad olio con i quali riesce a rendere magistralmente gli effetti raggiunti dagli originali in cui l’autore usò i colori a tempera. Gli sfondi delle opere medievali e rinascimentali in cui il colore oro che conferisce alle composizioni un senso di illimitatezza spaziale e una certa preziosità della composizione stessa, sono realizzati, invece, con la foglia d’oro così come usava all’epoca.

Una bella pagina d’arte e di cultura è stata scritta con questa iniziativa che ha gratificato l’artista ed entusiasmato i numerosi intervenuti all’inaugurazione e tutti i visitatori della mostra.

 

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